A diffondere le fake news è soprattutto l’indignazione delle persone

Indignazione, rabbia e algoritmi spingono la diffusione delle fake news sui social media: lo studio guidato dalla Princeton University

Redazione
fake news

I social media sono diventati una delle principali fonti di notizie per milioni di persone in tutto il mondo. Tuttavia, questa democratizzazione dell’accesso alle informazioni ha un lato oscuro: la rapida diffusione delle fake news. Queste false notizie, spesso create ad arte per manipolare opinioni, fomentare divisioni o promuovere interessi personali, trovano terreno fertile nelle piattaforme social grazie alla loro capacità di viralità. Ma cosa spinge la diffusione di queste false notizie sulle piattaforme di social media? A rispondere è uno studio statunitense guidato dalla Princeton University.

Cosa guida la diffusione delle fake news

Stando a quanto riportato da Ansa, i ricercatori hanno analizzato oltre un milione di link condivisi su Facebook e più di 44.000 tweet di 24.000 utenti di Twitter per cercare di comprendere come mai le fake news corrono veloci sul web più delle notizie reali alle volte. Ne emerge che un utente, indignato dalla notizia, ne aiuta la diffusione anche solo con un semplice like o commento.
La fake news, infatti, sono create ad arte per suscitare sentimenti di indignazione, rabbia e non solo che portano automaticamente l’utente a commentare, a volte anche solo leggendo il titolo dell’articolo senza nemmeno averlo letto. “Quando la disinformazione provoca rabbia, è più probabile che le persone condividano il contenuto senza nemmeno leggerlo. È una reazione automatica che ci porta a dare priorità alle emozioni rispetto all’accuratezza, il che, in contesti come le notizie politiche, incoraggia ulteriormente la diffusione di notizie false”, ha dichiarato William Brady, professore di Management e Organizzazioni alla Northwestern e coautore dello studio.

Per saperne di più: Social media: cosa sono e come utilizzarli per il marketing

Un’ulteriore spinta è data poi dagli algoritmi delle stesse piattaforme di social media che, come sappiamo, tendono a mostrare agli utenti contenuti che li coinvolgono aumentando così il loro tempo sulla piattaforma.
Dato che l’indignazione è associata a un maggiore coinvolgimento online – osservano i ricercatori – la disinformazione che suscita indignazione potrebbe diffondersi di più in parte a causa dell’amplificazione algoritmica” che premia i contenuti più coinvolgenti. “Questo è importante perché gli algoritmi possono classificare meglio le notizie associate all’indignazione, anche se un utente intendeva esprimere sdegno nei confronti dell’articolo per il fatto che conteneva disinformazione“.

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