Immagine copertina generata con l’intelligenza artificiale
Gli smartphone che finiscono dimenticati nei cassetti o destinati allo smaltimento potrebbero avere una seconda vita molto diversa da quella immaginata. L’Università della California a San Diego ha avviato un progetto sperimentale che prevede l’utilizzo di 2.000 Google Pixel Fold per creare un vero e proprio data center dedicato a servizi cloud, ricerca e attività didattiche.
L’obiettivo è dimostrare come dispositivi considerati ormai superati dal mercato possano ancora offrire capacità di calcolo significative, riducendo allo stesso tempo l’impatto ambientale legato alla produzione di nuovo hardware.
Dal telefono al server: il valore nascosto degli smartphone dismessi
Il progetto nasce da una considerazione precisa: molti smartphone sostituiti dagli utenti ogni pochi anni conservano ancora componenti hardware potenti. Processori, memoria e sistemi di archiviazione possono infatti continuare a svolgere attività di elaborazione anche quando il dispositivo non è più adatto al mercato consumer.
Secondo i ricercatori Jennifer Switzer e David Patterson, riportati dal blog di Google, il riutilizzo degli smartphone permette di affrontare uno dei problemi più complessi dell’informatica moderna: le emissioni incorporate nella produzione dei dispositivi. Oltre all’energia consumata durante l’utilizzo, infatti, una parte importante dell’impatto ambientale deriva dai materiali e dai processi industriali necessari per realizzare nuovo hardware.
La sperimentazione punta quindi a estendere il ciclo di vita dei dispositivi, evitando che apparecchi ancora funzionanti diventino semplicemente rifiuti elettronici.
Come funziona il data center costruito con i Pixel Fold
La trasformazione non consiste semplicemente nel collegare migliaia di smartphone lasciandoli nelle loro condizioni originali. I ricercatori rimuovono componenti non necessari come schermo, batteria, fotocamere e scocca, conservando principalmente la scheda madre, dove si trovano le capacità di calcolo del dispositivo.
Anche il software viene modificato. Android, basato su Linux, viene sostituito con una distribuzione Linux pensata per un utilizzo più vicino a quello dei server tradizionali. In questo modo gli smartphone possono essere programmati come nodi di un’infrastruttura cloud.
I test effettuati mostrano che le prestazioni dei moderni telefoni possono essere sorprendenti. Un singolo smartphone non può competere con un server completo in termini di memoria e numero di processori, ma i benchmark indicano che servono circa 25-50 dispositivi per raggiungere capacità simili a quelle di un server moderno.
Duemila telefoni per ricerca, didattica e nuovi modelli cloud
Il progetto dell’Università della California prevede la realizzazione di un cluster formato da circa 2.000 Pixel Fold, destinato principalmente ai corsi di informatica come Parallel Computation e Systems Programming.
Gli esperimenti iniziali hanno dato risultati positivi: un gruppo composto da appena 20 smartphone è riuscito a gestire i picchi di attività generati da una classe con oltre 75 studenti, con tempi di elaborazione inferiori rispetto alle infrastrutture cloud tradizionali utilizzate per gli stessi compiti.
Secondo le stime del progetto, il sistema completo potrebbe offrire una capacità equivalente a circa 50 server, con costi decisamente inferiori rispetto all’acquisto di nuove apparecchiature.
Oltre all’utilizzo universitario, la piattaforma servirà anche per studiare un aspetto ancora poco conosciuto: la capacità dell’hardware consumer di sostenere carichi di lavoro prolungati tipici degli ambienti professionali. L’avvio dell’intero sistema è previsto per l’autunno del 2026.
Fonte: Italian Tech