Facebook si scopre: i piani sulla realtà aumentata per i prossimi 10 anni

Sara Giannaccini
Facebook, realtà aumentata, AR

Facebook ci conduce in un viaggio alla scoperta dei suoi piani circa realtà aumentata, virtuale e intelligenza artificiale per i prossimi 10 anni.


In un blog post, Facebook ci invita a seguirlo in un viaggio alla scoperta degli obiettivi dell’azienda in termini di intelligenza artificiale, realtà aumentata e realtà virtuale da qui a dieci anni.

Facebook apre le porte dei suoi laboratori dove si sta giocando la partita per il futuro, o comunque per il futuro immaginato da Mark Zuckerberg e colleghi.

Il primo spunto parte dagli occhiali di realtà aumentata. Quello che Facebook illustra oggi, lungi dall’essere la prima versione che l’azienda annuncia da qualche mese, è l’obiettivo a tendere, il fine ultimo cui sta lavorando. Di recente Zuckerberg ha confermato che i primi occhiali di Facebook non saranno dispositivi di realtà aumentata, ma un primo passo in quella direzione.

Oggi Facebook parla di un tipo di occhiali in cui realtà aumentata e intelligenza artificiale lavorano insieme per offrirci, a portata di braccio, informazioni, dati e tutti gli elementi che al momento reperiamo tramite smartphone. Con una differenza sostanziale: gli occhiali non sono intesi per portare l’utente in un mondo altro e schermarlo rispetto al presente, anzi. Hanno come scopo ultimo quello di non separarlo dal qui e ora ma, se possibile, renderlo ancora più immerso nel contesto in cui si trova.

Michael Abrash, Chief Scientist di Facebook Reality Labs (FRL), ha definito l’interazione AR “uno dei problemi multidisciplinari più difficili e interessanti in circolazione”, perché è un completo cambio di paradigma nel modo in cui gli esseri umani interagiscono con i computer. L’ultimo grande cambiamento è iniziato negli anni ’60, quando il team di Doug Engelbart ha inventato il mouse e ha contribuito a spianare la strada alle interfacce utente grafiche (GUI) che dominano il mondo di oggi.

Ma gli occhiali di realtà aumentata, per come li intendiamo oggi, devono funzionare quasi simultaneamente rispetto al cervello umano, ricalcandone la velocità di pensiero. Devono essere proattivi piuttosto che reattivi fornendo le informazioni che l’utente vuole nel momento stesso in cui le richiede, rimanendo al contempo presente al mondo che lo circonda.

Il problema di Facebook: costruire l’interfaccia in realtà aumentata

All’evento Facebook Connect del 2020, è stato spiegato che un’interfaccia in realtà aumentata sempre disponibile e a bassissimo attrito sarà costruita su due pilastri tecnologici:

Il primo è l’input a bassissimo attrito: quando devi agire, il percorso dal pensiero all’azione è il più breve e intuitivo possibile.

Permette di eseguire gesti con la mano, comandi vocali o selezionare elementi da un menu solo guardandoli: azioni che sono abilitate dalle telecamere di tracciamento manuale, una gamma di microfoni e la tecnologia di tracciamento oculare. Ma alla fine, ci sarà la necessità di avere a disposizione un modo più naturale e discreto per controllare gli occhiali di realtà aumentata. Facebook ha esplorato una serie di opzioni di input neurale, inclusa l’elettromiografia (EMG) e quella al polso è l’approccio più promettente. Utilizza segnali elettrici che viaggiano dal midollo spinale alla mano, al fine di controllare le funzioni di un dispositivo basato sulla decodifica del segnale al polso. I segnali attraverso il polso sono così chiari che l’EMG può rilevare il movimento delle dita di appena un millimetro. Ciò significa che l’input può essere semplice, così semplice come fare clic su un pulsante virtuale e sempre disponibile, e alla fine potrebbe anche essere possibile percepire solo l’intenzione di muovere un dito.

Il secondo pilastro è l’uso dell’intelligenza artificiale, del contesto e della personalizzazione per adattare gli effetti delle azioni di input alle esigenze in un dato momento. Si tratta di costruire un’interfaccia che possa adattarsi all’utente e questo richiederà la creazione di potenti modelli di intelligenza artificiale che possano fare inferenze profonde su quali informazioni potrebbero essere necessarie o circa cose che l’utente potrebbe voler fare in vari contesti, sulla base di una comprensione dell’utente e del suo ambiente circostante.

Il tutto deve essere inserito in un device leggero, quasi invisibile ma che sia a contatto con l’epidermide, così da trasmettere tutti i dati necessari senza però risultare scomodo o invadente.

Al centro rimane comunque la persona

Oggi i dispositivi hanno permesso di entrare in contatto con persone lontane da noi, instaurando legami non vincolati e dal tempo e dallo spazio, ma troppo spesso queste connessioni sono avvenute a scapito delle persone fisicamente accanto a noi. Il mondo però è sia digitale che fisico e, secondo Facebook, non dovremmo sacrificarne uno per abbracciare veramente l’altro.

Ciò che l’azienda pensa di dover fare è creare dispositivi che non costringano a scegliere tra le persone e i device. Questi dispositivi futuri permetteranno di guardare in alto e rimanere nel mondo in modo da poter fare di più di ciò per cui siamo costruiti come esseri umani: connetterci e collaborare.

Ma affinché questa prossima grande ondata di informatica orientata all’uomo si realizzi, secondo Facebook occorre un cambio di paradigma che metta veramente le persone al centro. Ciò significa che i dispositivi dovranno adattarsi all’uomo piuttosto che il contrario. Significa che l’AR ha bisogno del suo momento Englebart.