Immagine copertina generata con l’intelligenza artificiale
La domanda se sia legale utilizzare libri protetti da copyright per addestrare i modelli di intelligenza artificiale è diventata uno dei punti più delicati nel confronto tra industria tecnologica e mondo editoriale. I sistemi alla base di ChatGPT, Gemini, Claude e altri chatbot vengono allenati su enormi quantità di materiale pubblicato, spesso senza il consenso diretto degli autori. Ma, come emerge dalle più recenti vicende giudiziarie, stabilire se questa pratica sia illegale è tutt’altro che semplice.
I libri protetti finiscono nei dataset dell’AI
I moderni modelli linguistici vengono sviluppati attraverso l’analisi di centinaia di milioni di libri, articoli, documenti accademici e altri contenuti. Una parte consistente di queste opere è protetta dal diritto d’autore e molti scrittori hanno scoperto di aver contribuito, senza esserne consapevoli, alla costruzione di strumenti tecnologici che potrebbero entrare in concorrenza con il loro lavoro.
Il problema, però, non può essere ricondotto semplicemente alla domanda se un modello stia copiando un libro. Secondo Cathy Gellis, avvocata esperta di proprietà intellettuale, copyright e tecnologia, la questione è molto più complessa e coinvolge interpretazioni giuridiche ancora in evoluzione.
Il caso Anthropic cambia il quadro
Una delle vicende più importanti riguarda Anthropic. Il giudice William Alsup ha stabilito che l’addestramento dei modelli AI su opere protette poteva essere considerato lecito, paragonando il processo al modo in cui uno scrittore legge e studia la letteratura.
La società, tuttavia, è stata coinvolta in un accordo da 1,5 miliardi di dollari con un gruppo di autori perché aveva ottenuto parte dei libri utilizzati attraverso biblioteche online pirata. Il punto centrale, quindi, non era necessariamente l’addestramento in sé, ma il modo in cui le opere erano state procurate.
Fair use, la parola chiave del dibattito
Gran parte della controversia ruota attorno al concetto statunitense di fair use, che consente in determinate circostanze di utilizzare materiale protetto senza autorizzazione. I tribunali valutano diversi elementi, tra cui la finalità dell’utilizzo, la quantità di materiale impiegata e soprattutto l’eventuale effetto sul mercato dell’opera originale.
È proprio quest’ultimo aspetto a rendere particolarmente delicati i casi legati all’AI. Se un sistema viene addestrato con contenuti protetti per creare un prodotto destinato a competere direttamente con il titolare dei diritti, la posizione dell’azienda tecnologica può diventare più difficile da sostenere.
Le sentenze non vanno tutte nella stessa direzione
Il caso Thomson Reuters contro Ross Intelligence mostra quanto possa essere determinante la finalità. In quella controversia, un giudice ha stabilito che l’utilizzo dei contenuti Reuters per costruire una piattaforma legale concorrente non poteva essere considerato fair use, proprio perché l’impiego aveva uno scopo direttamente competitivo.
Diverso è stato invece l’orientamento espresso nei casi riguardanti l’addestramento dei modelli linguistici di Anthropic e Meta. Quest’ultimo, tuttavia, non stabilisce che qualsiasi utilizzo di materiale protetto per addestrare l’AI sia automaticamente legale: la valutazione dipende dai fatti e dalle prove di ogni singolo procedimento.
Una legge vecchia deve affrontare una tecnologia nuova
Il problema nasce anche dal fatto che il diritto d’autore statunitense non è stato aggiornato dal 1976. I giudici si trovano quindi a interpretare principi concepiti decenni prima per affrontare tecnologie e modalità di utilizzo dei contenuti che all’epoca non esistevano.
Nel frattempo, autori ed editori cercano di capire se l’addestramento dei modelli possa danneggiare il mercato dei libri e creare nuovi concorrenti capaci di produrre contenuti sintetici. È un terreno sul quale le decisioni giudiziarie restano ancora molto frammentarie.
Il verdetto definitivo è ancora lontano
La questione è tutt’altro che chiusa. Molte aziende AI sono ancora coinvolte in procedimenti giudiziari, mentre le prime sentenze stanno influenzando il comportamento dell’intero settore. Allo stesso tempo, una decisione favorevole a un’azienda non significa necessariamente che altri tribunali debbano adottare la stessa interpretazione.
Anche la questione del copyright sui contenuti generati dall’AI aggiunge un ulteriore livello di complessità. Nel caso Thaler v. Perlmutter, per esempio, è stato stabilito che un’opera generata interamente dall’intelligenza artificiale non può essere protetta dal copyright. Il risultato è un quadro nel quale addestramento, utilizzo delle opere e tutela dei contenuti generati dall’AI restano questioni strettamente collegate, ma giuridicamente distinte.
Fonte: TechCrunch