Microplastiche, nuovi metodi per individuarle in maniera precisa anche nel mare

Alla Flinders University (Australia) i ricercatori stanno lavorando su nuovi metodi per individuare le microplastiche in mare in maniera ancora più efficace

Redazione

Le microplastiche non sono solo nell’acqua dolce, ma anche in quella salata. Frammenti di plastica più piccoli di 5 millimetri, esse vengono ingerite da pesci e crostacei, e oltre a contaminare la catena alimentare, si teme che le microplastiche possano avere effetti tossici a causa delle sostanze chimiche aggiunte durante la produzione della plastica. Per questo bisogna individuarle il prima possibile, e in maniera molto precisa. Di recente alcuni ricercatori dell’Università di Flinders in Australia hanno esaminato l’inquinamento da microplastiche nei plankton presenti in mare, e sono ora al lavoro per sviluppare nuove metodologie per affrontare la crescente crisi globale dell’inquinamento.

Microplastiche nel mare: nuovi metodi per individuarle al meglio

Dal 1950 ad oggi, la produzione di plastica è aumentata esponenzialmente, passando da 2 milioni a 380 milioni di tonnellate annue. Addirittura si prevede che tale produzione triplicherà entro il 2050, mettendo sotto pressione ulteriormente tutti i tentativi per riciclarla al meglio.

A complicare la situazione è anche il fatto che ancora oggi i mari siano la prima “discarica” dei rifiuti plastici. Enormi quantità di plastica finiscono ogni anno negli oceani, infestando ogni ambiente, dai sedimenti costieri e oceanici alle acque superficiali.

Ma, pur essendo praticamente ubiqui, non significa che siano facili da individuare: le loro dimensioni microscopiche ancora oggi danno filo da torcere a tutti i ricercatori del mondo. E a tal proposito, la nuova ricerca della Flinders University di Adelaide (Australia), pubblicata sulla rivista Science of the Total Environment, ha voluto sviluppare alcuni metodi chimici per potenziare ulteriormente l’individuazione delle microplastiche.

Quali sono i risultati dello studio

Nello studio, i ricercatori dell’Università di Flinders hanno utilizzato degli zooplankton coltivati in condizioni controllate per analizzare l’efficacia di cinque diversi agenti digestivi chimici nel rilevare microplastiche. Tra gli agenti utilizzati vi sono acidi, due tipi di sostanze alcaline, enzimi e ossidanti.

I ricercatori hanno osservato l’effetto di questi composti su cinque tipologie comuni di plastica: poliamide, polietilene, polietilene tereftalato, polipropilene e polistirene.

I risultati hanno mostrato che i vari agenti chimici influenzano in modo diverso la composizione fisica e chimica delle microplastiche. Alcuni agenti digestivi sono stati più efficaci nel rimuovere materiale biologico senza compromettere l’integrità delle particelle, mentre altri hanno causato alterazioni significative alla loro composizione, rendendole difficili da identificare accuratamente.

Ad esempio, i trattamenti acidi e ossidativi hanno mostrato una maggiore capacità di degradare il materiale organico, ma allo stesso tempo hanno danneggiato la superficie delle microplastiche, compromettendo la loro analisi successiva.

Soltanto il trattamento enzimatico con Proteinasi-K (prodotta dal fungo Tritirachium album Limber) ha dimostrato i risultati più promettenti. Riferisce il sito d’informazione Rinnovabili, circa il 75% del plancton è stato rimosso senza causare danni significativi alle microplastiche, preservando così l’integrità delle particelle, specialmente per PE e PP, che sono più suscettibili ai danni chimici.

Per saperne di più su questo studio, vi consigliamo la lettura integrale del paper pubblicato su Science of the Total Environment:

Elise M. Tuuri, Jason R. Gascooke e Sophie C. Leterme, Efficacy of chemical digestion methods to reveal undamaged microplastics from planktonic samples, Science of the Total Environment (2024), DOI: 10.1016/j.scitotenv.2024.174279.

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