Vecchi smartphone trasformati in data center: la nuova frontiera del riciclo tecnologico

Ricercatori della UC San Diego e Google hanno riciclato vecchi Pixel creando una piattaforma di calcolo alternativa ai server tradizionali

Redazione
Cluster di smartphone server locali usati come micro-server ad alte prestazioni

Gli smartphone destinati alla dismissione potrebbero avere una seconda vita molto diversa da quella immaginata. Un gruppo di ricercatori della University of California San Diego (UCSD), in collaborazione con Google, ha dimostrato che dispositivi mobili considerati ormai superati possono essere riuniti in cluster e trasformati in piattaforme di calcolo a basso costo, capaci di supportare applicazioni normalmente affidate a infrastrutture server tradizionali.

L’obiettivo della ricerca è duplice: da un lato ridurre il crescente problema dei rifiuti elettronici, dall’altro diminuire la necessità di acquistare nuovi componenti per realizzare piccoli data center.

Gli smartphone usati diventano piattaforme di calcolo

Secondo il team di ricerca, anche smartphone di appena tre anni fa possono offrire prestazioni sorprendenti. I test hanno evidenziato che i processori integrati in questi dispositivi possono raggiungere una potenza per singolo core superiore rispetto ad alcuni server multicore tradizionali.

Il confronto non significa che un telefono possa sostituire completamente un server moderno, soprattutto quelli dotati di GPU avanzate dedicate all’intelligenza artificiale. Tuttavia, dimostra che i componenti presenti negli smartphone possono essere ancora estremamente utili per attività di calcolo meno complesse.

Per trasformare questi dispositivi in veri strumenti informatici, i ricercatori hanno eliminato tutti gli elementi non necessari: display, batterie, fotocamere, altoparlanti e scocca. È stata mantenuta soltanto la scheda madre con il sistema SoC, ovvero il chip che contiene il processore principale.

Successivamente, il sistema operativo Android originale è stato sostituito con una distribuzione Linux pensata per ambienti server, permettendo l’utilizzo di strumenti di gestione come Kubernetes. I risultati hanno mostrato che un gruppo formato da 25-50 vecchi smartphone può raggiungere una capacità paragonabile a quella di una CPU server dual socket.

Cluster di smartphone per ridurre la dipendenza dal cloud

Uno degli aspetti più interessanti della ricerca riguarda la possibilità di utilizzare questi cluster direttamente sul territorio. Secondo UCSD, un insieme di circa 20 smartphone riciclati può sostenere un’applicazione utilizzata da una classe universitaria con oltre 75 studenti.

Questo significa che alcune realtà, invece di affidarsi esclusivamente a servizi cloud esterni, potrebbero utilizzare piccoli data center locali realizzati con hardware recuperato. Una soluzione che potrebbe garantire maggiore controllo sui dati, minori costi operativi e una riduzione della latenza.

Il progetto punta ora a una fase più ambiziosa: i ricercatori vogliono assemblare un sistema composto da circa 2.000 smartphone, capace di supportare contemporaneamente il lavoro di un centinaio di classi.

L’interesse principale riguarda soprattutto università, scuole e piccole organizzazioni che spesso non dispongono delle risorse economiche necessarie per acquistare server nuovi. In un periodo caratterizzato dall’aumento dei prezzi di memoria e componenti hardware, il riciclo degli smartphone potrebbe rappresentare un’alternativa economicamente vantaggiosa.

Una soluzione sostenibile contro il problema dei rifiuti elettronici

Ogni anno milioni di dispositivi mobili vengono sostituiti nonostante possano ancora offrire capacità di elaborazione significative. Google ha sottolineato come gli smartphone contribuiscano al cosiddetto “embodied carbon”, ovvero l’impatto ambientale legato alla produzione e alla distribuzione dei dispositivi.

Allungare il ciclo di vita di questi prodotti attraverso il riutilizzo come server permette quindi di ridurre la quantità di materiali destinati allo smaltimento e limitare la richiesta di nuove risorse.

Il team della UCSD prevede di completare il sistema entro la fine dell’anno, analizzando anche la capacità dei componenti consumer di funzionare continuamente in un ambiente simile a quello di un data center.

È improbabile che i grandi operatori dell’intelligenza artificiale sostituiscano le proprie infrastrutture con smartphone riciclati, considerando le esigenze di affidabilità e scalabilità degli hyperscaler. Tuttavia, il progetto dimostra che l’hardware mobile considerato obsoleto può ancora avere un ruolo importante.

Non è la prima volta che la ricerca esplora questa strada: altri studi hanno già utilizzato vecchi telefoni come piccoli data center, anche per applicazioni particolari come il monitoraggio subacqueo. Persino NASA ha riutilizzato un vecchio chip Qualcomm 801, nato per smartphone del 2014, all’interno dell’elicottero Ingenuity inviato su Marte.

Fonte: Tom’s Hardware

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