Il processo tra Elon Musk e Sam Altman si è concluso formalmente con una vittoria legale per Altman, ma il vero impatto della vicenda va ben oltre il verdetto. Dopo appena due ore di deliberazione, la giuria ha respinto le accuse di Musk per questioni legate ai termini di prescrizione. Tuttavia, le settimane di testimonianze hanno aperto uno squarcio sui rapporti interni all’élite dell’intelligenza artificiale, mostrando una rete di sospetti, accuse reciproche e lotte di potere.
Il processo ha finito per alimentare un interrogativo più ampio: chi controlla davvero il futuro dell’intelligenza artificiale? E soprattutto, quanto sono affidabili le persone che guidano un settore destinato a cambiare profondamente economia, lavoro e società?
La nascita di OpenAI e la paura del controllo assoluto
Secondo quanto emerso durante il procedimento, OpenAI nacque anche dalla convinzione condivisa che l’intelligenza artificiale generale, la cosiddetta AGI, non dovesse finire nelle mani sbagliate. Tra i timori principali c’era il potere crescente di Google DeepMind e del suo leader Demis Hassabis.
Nel 2015 Altman avrebbe spiegato di aver riflettuto sulla possibilità di fermare lo sviluppo dell’IA, arrivando però alla conclusione che fosse impossibile. Per questo motivo, riteneva preferibile che il settore venisse guidato da qualcuno “diverso da Google”.
Anche altri cofondatori come Greg Brockman e Ilya Sutskever temevano il rischio di una concentrazione del potere. In alcune email interne, i due arrivarono perfino a parlare del rischio di una “dittatura dell’IA” nel caso in cui Musk avesse ottenuto troppo controllo sull’azienda.
“The blip”: il caos interno che travolse OpenAI
Uno dei momenti centrali del processo è stato il cosiddetto “the blip”, i cinque giorni del novembre 2023 in cui Altman venne improvvisamente rimosso dal ruolo di CEO di OpenAI.
Secondo le testimonianze, Sutskever avrebbe lavorato per oltre un anno alla sua estromissione, raccogliendo un dossier di 52 pagine nel quale accusava Altman di avere un “modello costante di menzogne”, oltre a manipolare dirigenti e creare divisioni interne.
Durante le arringhe finali, l’avvocato di Musk ha insistito proprio su questo punto, sottolineando come numerosi ex collaboratori di Altman abbiano testimoniato contro di lui descrivendolo, in sostanza, come una persona poco affidabile.
Anche Musk finisce nel mirino
Se il processo ha danneggiato l’immagine di Altman, anche Musk non ne è uscito indenne. Diverse testimonianze hanno infatti descritto il fondatore di xAI come ossessionato dalla corsa contro Google e disposto ad adottare approcci giudicati “pericolosi” pur di raggiungere rapidamente l’AGI.
Joshua Achiam ha parlato di un atteggiamento “avventato” nei confronti della sicurezza. Musk, inoltre, avrebbe criticato OpenAI per la trasformazione in società a scopo di lucro, nonostante anche xAI operi con una struttura simile.
Secondo gli avvocati di OpenAI, Musk non cercava semplicemente trasparenza o apertura, ma voleva in realtà ottenere il controllo sull’intelligenza artificiale generale.
La sfiducia pubblica verso l’intelligenza artificiale
L’intera vicenda arriva in un momento particolarmente delicato per il settore dell’IA. Secondo un sondaggio del Pew Research Center, metà degli adulti statunitensi ritiene che la diffusione dell’intelligenza artificiale provochi più preoccupazione che entusiasmo.
Tra i temi più sentiti ci sono la perdita di posti di lavoro, la costruzione massiccia di data center e la percezione di avere pochissimo controllo sull’uso dell’IA nella vita quotidiana. Un altro studio del 2025 ha evidenziato che quasi il 60% degli americani sente di non poter influenzare il modo in cui queste tecnologie vengono impiegate.
Nel frattempo, la prospettiva di una regolamentazione concreta negli USA appare ancora incerta. Emblematico, in questo senso, uno scambio di email emerso durante il processo: nel 2015 Altman e Musk proposero a Satya Nadella di sostenere la creazione di una nuova agenzia federale dedicata alla sicurezza dell’IA.
Fonte: The Verge