La pirateria informatica è sempre esistita. Gli utenti che conoscono le tecnologie, almeno un po’, infatti, hanno da sempre svolto almeno una volta un’attività non lecita, come scaricare film o vederne da servizi di streaming non ufficiali. Questo, negli ultimi anni è aumentato sempre di più. Proprio da qui parte lo studio “Una vita da pirata” realizzato da time2play.
Pirateria informatica in Italia: a che punto siamo
Lo studio è partito da una semplice domanda “Avete mai scaricato film o visto serie tv da siti illegali?” La risposta è stata sì per circa il 63,8% degli intervistati. Un dato che certo non sorprende ma è interessante analizzarne le motivazioni.
La principale, data dal 62,6%, è che “ciò che amo guardare non è disponibile sulle piattaforme di streaming a pagamento” mentre il 16,2% ha ammesso di non poter pagare nessuna piattaforma di streaming ufficiale.
C’è poi una fetta, pari all’11,6%, che ha sostenuto che la qualità dei servizi di streaming non è tale da sostenerne il pagamento. Infine, una minore quota ha selezionato “altro” che, in sostanza, fa riferimento a:
- “Non guardo abbastanza film e serie tv per abbonarmi, o giustificare un abbonamento”.
- “Pago tre abbonamenti ma non trovo quello che cerco”.
- “Non voglio pagare se posso non farlo”.
- “Voglio serie tv e film salvati in backup”.
Lo studio sulla pirateria informatica ha poi cercato di capire se ci sono anche dei fattori sociali e culturali alle spalle di chi sceglie tecnologie illegali. Le risposte, fatta eccezione per problemi di reddito, sono state tra le più disparate:
- Il 74,9% ha dichiarato “perché pagare per qualcosa che posso avere gratis?”.
- L’8,8% ha indicato come motivazione il cliché “In fondo, agli italiani piace rubare”.
- Il 6,6% lo fa per “andare contro le regole”.
- Per il 2,4% la pirateria “è divertente”.
- Il 3,4% ha indicato di scegliere la pirateria per “altre ragioni”.
Ma vedere film e serie tv su siti illegali o scaricandoli sul pc non è l’unica azione non lecita che gli utenti fanno online. Tra le altre vi sono: l’utilizzo di programmi senza licenza, per il 44,2%, vendere oggetti senza dichiararne i guadagni, per l’8,9%, utilizzare immagini coperte da copyright sui social e online, per il 7,9%, e c’è, addirittura, chi ha ammesso di sfruttare la rete wifi del vicino (6,5%).
Federico Morgantini Editore