Sempre più giovani si confidano con l’AI invece che con gli psicologi. È quanto emerge da una nuova indagine realizzata da Ipsos Bva per conto della CNIL, l’autorità francese per la protezione dei dati personali, che accende i riflettori sul rapporto tra adolescenti, chatbot e salute mentale.
Secondo i dati raccolti, quasi un giovane europeo su due utilizza strumenti di intelligenza artificiale per affrontare questioni intime o personali, preferendo spesso il dialogo digitale rispetto al confronto con professionisti umani.
I chatbot diventano “consiglieri di vita” per i giovani
L’indagine ha coinvolto 3.800 ragazzi europei tra gli 11 e i 25 anni e mostra come il 51% degli intervistati ritenga più semplice parlare di salute mentale con un chatbot piuttosto che con un medico o uno specialista. Un dato che fotografa un cambiamento profondo nelle modalità con cui le nuove generazioni cercano ascolto e supporto emotivo.
Secondo il rapporto, soltanto il 49% dei partecipanti ha dichiarato di rivolgersi a operatori umani, mentre appena il 37% ha consultato psicologi. A spingere i giovani verso le interfacce digitali sarebbe soprattutto la disponibilità continua dei sistemi di AI, accessibili in qualsiasi momento e senza la percezione del giudizio umano.
Il sito specializzato The Next Web, citando lo studio, sottolinea che il 60% dei giovani considera i chatbot veri e propri “life coach”, strumenti capaci di colmare il vuoto lasciato dalle tradizionali reti di supporto sociale e relazionale.
Crescono i timori sull’impatto psicologico dell’intelligenza artificiale
Parallelamente alla diffusione di questi strumenti, aumentano però anche le preoccupazioni degli esperti. In un suo recente report Reuters ha ricordato che, nell’ultimo anno, si è intensificato il dibattito sui possibili effetti psicologici dell’intelligenza artificiale sui più giovani.
“Gli esperti“, scrive l’agenzia, “hanno messo in guardia sui limiti dell’IA nel rilevare le emozioni umane e nel fornire un supporto emotivo sicuro“. Uno degli autori dello studio, Franke Föyen, ha inoltre evidenziato a Reuters come la ricerca suggerisca che persino professionisti qualificati potrebbero avere difficoltà a distinguere i consigli prodotti dall’intelligenza artificiale da quelli elaborati da esperti umani.