Chip shortage: nel mondo mancano i semiconduttori. Perché è importante

Sara Giannaccini
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L’industria dei chip ha un valore complessivo di circa 500 miliardi: uno stop potrebbe avere gravi conseguenze sula ripresa dalla crisi.


C’è una situazione comune che corre come un fil rouge lungo case automobilistiche, produttori di console per i videogame e device tecnologici in genere, ma anche produttori di alluminio e di elettrodomestici: il cosiddetto “chip shortage”, un’improvvisa carenza globale di semiconduttori a seguito della chiusura delle fabbriche per le restrizioni poste in essere dalla pandemia, a cui si è aggiunto l’incendio alla fabbrica Renesas Electronics, uno dei produttori di semiconduttori per l’industria dell’auto e la guerra commerciale.

Si tratta di un’industria che, come riporta Bloomberg oggi ha un valore complessivo di circa 500 miliardi: uno stop potrebbe avere gravi conseguenze sulla ripresa dalla crisi dell’ultimo anno provocata dalla pandemia. 

Con focus sul nostro Paese e in modo particolare sulla Lombardia, la carenza si sta facendo sentire: “Questa crisi rischia di essere addirittura peggio di quella causata dal virus“, dice Pietro Occhiuto della Fiom Cgil,, come riporta TGcom24. Zero fabbriche di auto, ma ben 590 aziende, di cui 85 con fatturato sopra i 50 milioni, che producono qualunque cosa serva a un costruttore di veicoli. E su ogni vettura circa il 50% del valore è dato dall’elettronica.

I semiconduttori, noti anche come circuiti integrati o più comunemente solo chip, possono essere il prodotto più piccolo ma il più esigente mai fabbricato su scala mondiale. Un livello di costi e difficoltà che ha favorito una crescente dipendenza da due potenze asiatiche: Taiwan Semiconductor Manufacturing e Samsung Electronics. Le crescenti tensioni tra le due maggiori economie mondiali hanno però esacerbato la dipendenza, con il governo degli Stati Uniti che ha interrotto le forniture ad alcuni clienti cinesi.

I numeri per inquadrare il fenomeno:

  • 100 miliardi di dollari: importo che Taiwan Semiconductor Manifacturing Co. prevede di spendere per nuovi impianti e attrezzature nei prossimi tre anni.
  • 81%: quota dell’attività di fonderia di semiconduttori controllata da Taiwan e Corea del Sud.
  • 61 miliardi di dollari: stima delle entrate perse dall’industria automobilistica nel 2021.

Alcuni comparti colpiti dalla crisi dei microchip

PlayStation 5

Dopo aver sofferto per scorte limitate sin dal giorno di lancio, Bloomberg riporta che Sony ha avvertito un gruppo di analisti che la situazione perdurerà fino al 2022, suggerendo che la società sarà limitata nella sua capacità di aumentare gli obiettivi di vendita per la sua ultima console di gioco.

I risultati finanziari alla fine di aprile sono incoraggianti: il conglomerato giapponese ha dichiarato di aver venduto 7,8 milioni di unità della console fino al 31 marzo e punta a vendere almeno 14,8 milioni di unità nell’anno fiscale in corso. Ciò lo manterrebbe al passo per adattarsi alla traiettoria della popolare PlayStation 4, che ha venduto oltre 115,9 milioni di unità fino a oggi.

Sony ha però condiviso con gli analisti che è difficile tenere il passo con una forte domanda. La PS5 è stata difficile da trovare sin dalla sua uscita a novembre, in parte a causa della carenza di componenti come i semiconduttori, e la società non ha fornito una stima ufficiale per quando si aspetta che la fornitura si normalizzi.

Non credo che la domanda si stia calmando quest’anno e anche se garantissimo molti più dispositivi e producessimo molte più unità della PlayStation 5 l’anno prossimo, la nostra offerta non sarebbe in grado di soddisfare la domanda“, ha detto il Chief Financial Officer Hiroki Totoki.

La rivale Nintendo ha avvertito la scorsa settimana che la carenza di componenti potrebbe influire sulla produzione. L’azienda sta ufficialmente mirando alle vendite di 25,5 milioni di console nell’anno che termina a marzo 2022, in leggero calo rispetto all’anno precedente. Ma internamente, si dice che la direzione di Nintendo stia puntando a raggiungere la produzione tra 28 e 29 milioni di console.

Le case automobilistiche

Come riporta il Sole 24 Ore, che la mancanza di microchip costringe i costruttori automobilistici “a pianificare chiusure temporanee di stabilimenti e porterà anche dei cambiamenti sulle vetture in vendita”.

Un peso specifico, quello dei chip sulle auto, che non è da sottovalutare: in un’auto ci sono circa 3.000 unità di microchip. La quota di microprocessori prodotti globalmente vede la Repubblica di Taiwan in testa con una quota del 65% con il leader mondiale che è Tsmc che produce però solo il 3% dei chip per l’industria automobilistica. Il resto è destinato alle aziende di telefonia, pc e telecomunicazioni.

Sempre secondo quanto riporta Il Sole 24 Ore, il supergruppo Stellantis, all’indomani della carenza di chip, ha iniziato a sostituire parti su alcuni modelli per aggirare il problema. Per esempio la Peugeot 308, l’attuale e non la nuova che andrà in produzione a settembre per la quale verranno sostituiti i tachimetri digitali i-Cockpit con quelli analogici il che corrisponderà a uno sconto di 400 euro sul prezzo dell’auto.

Mercedes sta invece riducendo le ore lavorative dei suoi 18.500 dipendenti negli stabilimenti di Brema e Rastatt, una mossa che dovrebbe interrompere la produzione ma consentire a loro di continuare a lavorare su dei progetti speciali.

Il gruppo Jaguar e Land Rover ha già rivisto il programma di produzione per due dei suoi tre stabilimenti nel Regno Unito. Sono stati inoltre modificati i programmi di produzione per alcuni veicoli.

Big Tech Corporation

Come riporta il The Guardian, un significativo esempio della crisi dei semiconduttori è arrivato da Samsung, il secondo acquirente mondiale di chip per i suoi prodotti dopo Apple. A marzo, l’azienda aveva dichiarato la possibile posticipazione del lancio del suo nuovo smartphone, come già era accaduto a Apple nel 2020 con la nuova generazione di iPhone.

Il co-amministratore delegato di Samsung, Koh Dong-jin, che è anche a capo della sua unità di business mobile, aveva evidenziato un problema significativo dicendo che sussiste un “grave squilibrio” nell’ordine gerarchico di chi riceve le scorte limitate di chip.

Mercato dei chip: la situazione geopolitica

Ora i leader mondiali da Washington a Pechino stanno facendo delle forniture di chip una priorità assoluta per i loro governi, per mantenere le fabbriche in funzione e garantire la sicurezza nazionale. Centinaia di miliardi saranno spesi in una pletora di settori nei prossimi anni per una “corsa al chip” globale con implicazioni geopolitiche oltre che economiche.

Una crisi globale che non riguarda solo le aziende ma che assume un respiro ben più ampio e ricorda ai paesi di tutto il mondo l’importanza dei semiconduttori per il loro futuro.

Washington ha visto che anche solo una manciata di parti in meno può portare alla chiusura delle fabbriche di automobili in tutto il paese, mettendo a repentaglio la sicurezza dei lavoratori e danneggiando le prospettive di ripresa dalla pandemia di Covid. 

La Cina ha imparato che gli Stati Uniti sono disposti a soffocare le forniture di chip ai suoi campioni nazionali, una vulnerabilità che Xi Jinping e il Partito Comunista considerano intollerabile. Pechino investirà più di 100 miliardi di dollari per costruire la propria industria di chip nazionale. Xi ha fatto dello sviluppo tecnologico una priorità nazionale.

Il risultato è che governi e aziende si scontreranno negli anni a venire per la supremazia dei semiconduttori. Taiwan e la Corea del Sud sono ben posizionate, il che conferisce loro potenza economica e geopolitica. Gli Stati Uniti e la Cina dovranno investire pesantemente per stare al passo con i migliori del settore, o rischiano di perdere la loro leadership mondiale.

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