La nebbia del deserto diventa acqua grazie all’alta tensione

Il sistema del Plasma Channel è stato testato nel deserto della Namibia per la prima volta sul campo

Redazione
Sistema per namib desert fog testato nel deserto della Namibia

Immagine copertina generata con l’intelligenza artificiale

La raccolta dell’acqua presente nella nebbia passa dal laboratorio alla realtà. Il progetto sviluppato dal Plasma Channel è stato infatti portato nel deserto della Namibia per una prima sperimentazione sul campo, con l’obiettivo di verificare come il sistema basato sull’alta tensione reagisca alle condizioni ambientali reali. Una prova importante, perché un prototipo può funzionare in laboratorio, ma è soltanto sul campo che emergono i limiti legati all’ambiente.

Caratteristiche della nebbia del deserto della Namibia

Il deserto della Namibia è tra le regioni più aride del mondo, al pari di aree come il deserto di Atacama. La sua particolarità, però, è la presenza regolare della nebbia, che arriva dal mare e può rimanere fino alle prime ore del mattino. Proprio questa caratteristica rende il Namib un ambiente interessante per sperimentare sistemi capaci di recuperare l’acqua presente nell’atmosfera.

La nebbia rappresenta infatti una fonte di umidità che può essere intercettata attraverso diverse tecnologie. I sistemi tradizionali utilizzano, per esempio, reti a maglie molto fini, sulle quali le gocce d’acqua presenti nell’aria possono depositarsi. Il progetto del Plasma Channel segue invece un approccio differente, basato sulla precipitazione elettrostatica.

Il test è stato realizzato anche in collaborazione con l’Università della Namibia, presso il cui campus si trovavano già altri progetti dedicati alla raccolta dell’acqua atmosferica.

L’ambiente di prova e i limiti dei test di laboratorio

Prima della spedizione in Africa, il sistema aveva già mostrato risultati positivi in laboratorio. Ma trasferire un prototipo in un ambiente reale significa sottoporlo a condizioni molto diverse da quelle controllate di una struttura di ricerca.

Il primo test è stato quindi effettuato nel campus dell’Università della Namibia. Il problema principale è stato però proprio quello che rendeva interessante la sperimentazione: la nebbia si è rivelata sfuggente. Alcuni tentativi non hanno prodotto risultati utili, impedendo di effettuare con continuità le prove previste.

L’esperienza ha comunque permesso di individuare un problema che difficilmente sarebbe emerso con la stessa evidenza in laboratorio. La presenza di sale nell’aria proveniente dagli spruzzi dell’oceano, nonostante il luogo si trovasse a diversi chilometri dalla costa, si è infatti dimostrata particolarmente corrosiva per l’elettronica ad alta tensione.

Sfruttare l’alta tensione per raccogliere acqua

Il principio alla base del progetto consiste nell’utilizzare la precipitazione elettrostatica per attirare l’umidità presente nell’aria verso appositi collettori. In questo modo, le gocce possono essere raccolte senza affidarsi esclusivamente all’impatto con una rete fisica.

È un approccio differente rispetto ai sistemi tradizionali basati sulle maglie, che puntano sul passaggio della nebbia attraverso una superficie sulla quale l’acqua può depositarsi. L’utilizzo dell’elettricità mira invece a rendere più efficace il processo di cattura dell’umidità.

Gli esperimenti precedenti avevano mostrato che il sistema funzionava bene in laboratorio. La vera domanda era quindi capire se lo stesso principio avrebbe mantenuto la propria efficacia in un ambiente naturale, dove condizioni atmosferiche e materiali sottoposti all’azione degli agenti esterni possono cambiare sensibilmente.

Dal laboratorio al deserto: i rischi e le opportunità

Portare il prototipo in Namibia ha richiesto anche una fase di riprogettazione. Il dispositivo doveva infatti essere trasportato in aereo, all’interno del bagaglio, e arrivare integro insieme agli altri componenti, compreso il pannello solare utilizzato dal sistema.

Dopo il viaggio, l’apparecchiatura è stata installata per avviare le prove. Il funzionamento di base è stato confermato, ma l’esperimento ha evidenziato la necessità di intervenire sulla struttura prima di una nuova campagna di test.

Il problema della corrosione causata dal sale è particolarmente rilevante perché interessa proprio i componenti ad alta tensione. La sperimentazione ha quindi mostrato che il passaggio dal laboratorio al campo non serve soltanto a confermare i risultati ottenuti in condizioni controllate, ma anche a scoprire quali elementi del progetto devono essere modificati.

Verso un modello sostenibile per l’approvvigionamento idrico

Il sistema non ha prodotto risultati costanti durante la prova in Namibia, soprattutto a causa della disponibilità imprevedibile della nebbia. Tuttavia, quando le condizioni si sono rivelate favorevoli, il prototipo è riuscito a raccogliere acqua, confermando il principio alla base della tecnologia.

Questo risultato non equivale ancora a una soluzione pronta per essere utilizzata su larga scala. La sperimentazione ha infatti dimostrato che l’apparecchiatura necessita di ulteriori modifiche, soprattutto per affrontare meglio l’ambiente corrosivo nel quale è stata testata.

La prova sul campo assume quindi un valore soprattutto tecnico: ha permesso di verificare il funzionamento reale del sistema e, allo stesso tempo, di individuare problemi che dovranno essere risolti prima delle prossime sperimentazioni.

Potenzialità future delle tecniche di harvesting namib desert fog

Il prossimo obiettivo indicato dal progetto è un nuovo test nel deserto di Atacama, un’altra delle regioni più aride del pianeta. Prima di arrivare a questa fase, però, il prototipo dovrà essere riprogettato per resistere meglio alle condizioni incontrate in Namibia.

L’esperienza ha mostrato in modo concreto la distanza che può esistere tra un esperimento di laboratorio e il suo impiego in natura. La tecnologia ha confermato di poter raccogliere acqua dalla nebbia nelle condizioni adeguate, ma ha anche evidenziato la necessità di rendere l’elettronica più resistente agli agenti ambientali.

Il test in Namibia diventa così un passaggio fondamentale nello sviluppo del progetto: non una dimostrazione definitiva, ma una prova reale dalla quale ricavare indicazioni per la prossima versione del sistema.

Fonte: Hackaday

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