I data center galleggianti per l’intelligenza artificiale entrano in una fase cruciale. Con oltre 200 milioni di dollari già investiti, Silicon Valley punta a spostare parte della potenza di calcolo direttamente negli oceani. L’obiettivo è ambizioso: sfruttare l’energia delle onde per alimentare nodi AI autonomi e ridurre la pressione sulle infrastrutture terrestri. Nel 2026, la società Panthalassa testerà nel Pacifico i primi prototipi operativi, cercando di dimostrare che questa visione può diventare realtà industriale.
Panthalassa accelera sui test nel Pacifico
Panthalassa prevede di avviare nel 2026 i test del suo nuovo prototipo, denominato Ocean-3, nel Pacifico settentrionale. Si tratta di una struttura imponente: circa 85 metri di lunghezza, paragonabile per altezza a edifici iconici come il Big Ben o il Flatiron Building.
Questi nodi galleggianti sono progettati come enormi sfere d’acciaio collegate a una struttura verticale immersa nell’acqua. Il principio di funzionamento è basato sul moto ondoso: le onde spingono l’acqua all’interno di un sistema pressurizzato che alimenta turbine in grado di generare energia rinnovabile.
A differenza dei modelli tradizionali, l’energia prodotta non viene trasmessa a terra, ma utilizzata direttamente a bordo per alimentare chip AI. I risultati delle elaborazioni – sotto forma di output dei modelli – vengono poi inviati ai clienti tramite collegamenti satellitari. Un cambio di paradigma che, come sottolineano gli esperti, trasforma il problema del trasporto energetico in una questione di trasmissione dati.
Investimenti e strategia della Silicon Valley
Dietro il progetto c’è una forte spinta finanziaria. Investitori della Silicon Valley, tra cui figure di primo piano come il cofondatore di Palantir Peter Thiel, hanno già destinato centinaia di milioni di dollari all’iniziativa. L’ultimo round da 140 milioni servirà a completare un impianto produttivo pilota vicino a Portland, in Oregon, e ad accelerare la realizzazione dei nodi.
Questo interesse si inserisce in un contesto più ampio: le grandi aziende tecnologiche stanno pianificando investimenti colossali, fino a 765 miliardi di dollari nel 2026, per costruire nuovi data center AI. Tuttavia, i progetti terrestri incontrano sempre più ostacoli, tra resistenze locali, limiti energetici e carenza di manodopera.
In questo scenario, l’oceano appare come una frontiera alternativa, meno vincolata e potenzialmente più scalabile. Panthalassa, attraverso il suo CEO Garth Sheldon-Coulson, ha già dichiarato l’obiettivo di arrivare a distribuire migliaia di nodi in futuro.
Energia delle onde e vantaggi di raffreddamento
Uno degli elementi più innovativi del progetto riguarda la sostenibilità. I nodi sfruttano energia rinnovabile generata dalle onde, riducendo la dipendenza dalle reti elettriche tradizionali e limitando le emissioni.
A questo si aggiunge un vantaggio significativo sul fronte del raffreddamento. I data center terrestri consumano enormi quantità di energia e acqua per mantenere operative le infrastrutture. In mare, invece, la temperatura ambientale più bassa consente di utilizzare direttamente l’acqua circostante per dissipare il calore dei chip.
Secondo diversi esperti, questo aspetto potrebbe rappresentare uno dei principali punti di forza del computing oceanico, migliorando efficienza energetica e affidabilità rispetto ai sistemi tradizionali.
Sfide tecniche tra satelliti e manutenzione
Nonostante il potenziale, il progetto presenta criticità rilevanti. La trasmissione dei dati tramite satellite implica limitazioni di banda e latenza, rendendo difficile gestire grandi volumi di informazioni o coordinare più nodi tra loro. Per questo motivo, è improbabile che queste soluzioni sostituiscano completamente i data center tradizionali, almeno nel breve periodo.
Le comunicazioni potrebbero essere sufficienti per risposte in tempo reale a richieste AI, ma operazioni più complesse richiederebbero tempi maggiori o soluzioni alternative, come il trasporto fisico di dispositivi di archiviazione.
A complicare il quadro ci sono anche le sfide operative: manutenzione in mare aperto, resistenza a condizioni climatiche estreme e durata nel tempo. Panthalassa punta a sviluppare nodi capaci di funzionare per oltre un decennio senza intervento umano, completamente autonomi e persino auto-propulsivi.
Precedenti e scenari futuri del computing oceanico
L’idea di portare i data center in mare non è del tutto nuova. Microsoft, con il progetto Natick, ha già sperimentato server sottomarini tra il 2015 e il 2018, dimostrando che sistemi sigillati raffreddati dall’acqua possono ridurre i tassi di guasto. Tuttavia, il progetto non è stato commercializzato.
Al contrario, alcune aziende cinesi hanno già avviato installazioni operative vicino all’isola di Hainan e al largo di Shanghai, mentre a Singapore sono in costruzione data center galleggianti.
La proposta di Panthalassa si distingue però per la sua portata più ambiziosa: non solo sfruttare il mare come ambiente di raffreddamento, ma trasformarlo in una vera e propria piattaforma energetica e computazionale.
Se supererà le sfide tecniche e logistiche, questa visione potrebbe affiancare – più che sostituire – le infrastrutture tradizionali, offrendo una soluzione complementare in un momento in cui la domanda globale di potenza di calcolo continua a crescere rapidamente.
Cosa resta da monitorare su Panthalassa e il computing oceanico
Gli operatori del settore devono tenere sotto controllo gli sviluppi della sperimentazione Panthalassa. La validazione dei centri dati AI galleggianti influirà sulle strategie future degli investitori.
Rimanere informati garantirà reattività rispetto a nuove evoluzioni tecnologiche, soprattutto in tema di AI e sostenibilità. La frontiera tra digitale e natura continua a spostarsi.
Fonte: Ars Technica