Google ha attivato il primo satellite sperimentale del progetto Suncatcher, una delle iniziative più ambiziose per portare l’intelligenza artificiale nello spazio. Il dispositivo, equipaggiato con quattro Tensor Processing Unit (TPU), comunica già con la Terra ed è riuscito a eseguire le prime richieste utilizzando Gemma 4, il modello AI sviluppato da Google DeepMind. L’obiettivo è sperimentare una futura rete di satelliti capaci di elaborare grandi quantità di dati direttamente in orbita.
Il satellite Suncatcher è operativo e comunica con la Terra
Il prototipo di Google è stato lanciato all’inizio di novembre insieme a oltre 100 altri veicoli spaziali, a bordo di un razzo Falcon 9 di SpaceX. Dopo circa tre settimane dedicate alla verifica dei diversi sottosistemi, il satellite ha completato la fase di attivazione ed è entrato nella campagna di test operativi.
A bordo si trovano quattro TPU Google, i processori progettati per accelerare i carichi di lavoro legati all’intelligenza artificiale. Il dispositivo può generare fino a 1 kW di energia elettrica, ma deve fare i conti con un limite significativo: il consumo delle TPU consente di mantenerne accesa soltanto una per circa 20 minuti alla volta.
Una prima dimostrazione ha riguardato proprio Gemma 4, il modello precaricato sul satellite. Gli ingegneri a Terra hanno inviato una richiesta chiedendogli di comporre un haiku sullo spazio. La risposta è stata una breve poesia dedicata alla Terra, ai flussi di dati e alla luce delle stelle.
Google ha inoltre chiesto al satellite di fornire informazioni sulle condizioni orbitali circostanti. Un portavoce dell’azienda ha confermato a TechCrunch che il veicolo spaziale sta funzionando regolarmente.
Google vuole verificare la resistenza delle TPU alle radiazioni
La campagna di sperimentazione non si limiterà a verificare la capacità del satellite di eseguire modelli AI. Uno degli aspetti più importanti riguarda il comportamento dei processori in condizioni ambientali particolarmente difficili, soprattutto per quanto riguarda le radiazioni presenti nello spazio e lo stress termico.
Google ha già sottoposto le proprie TPU a test approfonditi negli acceleratori di particelle terrestri. Tuttavia, le simulazioni non possono sostituire completamente le verifiche in orbita.
Le radiazioni, infatti, possono provocare i cosiddetti bit flip: alterazioni dei valori conservati nella memoria dei computer, con il rischio di corrompere i dati senza necessariamente attivare i normali sistemi di monitoraggio.
Le prove condotte sulla Terra avevano suggerito che l’impatto potesse essere relativamente contenuto durante l’esecuzione dei modelli (inference), mentre l’addestramento (training) avrebbe potuto risultare più problematico. Ora Google potrà verificare queste ipotesi direttamente nello spazio.
Nel 2027 potrebbero arrivare altri due satelliti
Se il primo prototipo dimostrerà di poter sostenere i carichi di lavoro previsti, il progetto Suncatcher potrebbe compiere un ulteriore passo nel 2027, con il lancio di altri due satelliti dotati di TPU avanzate.
I nuovi veicoli dovrebbero disporre di una maggiore capacità di generazione energetica e permettere di sperimentare i collegamenti ottici tra satelliti. Si tratta di un elemento centrale della strategia di Google: costruire una rete di dispositivi in orbita capaci di comunicare ad alta velocità e distribuire i carichi di elaborazione.
Questa impostazione distingue Suncatcher da altre iniziative nel settore. SpaceX dovrebbe utilizzare collegamenti laser per i propri data center spaziali, ma i satelliti potrebbero trovarsi troppo distanti per condividere efficacemente le attività di elaborazione. Starcloud e Cowboy Space, invece, puntano maggiormente sull’esecuzione di carichi di inferenza sui singoli satelliti.
SpaceX e Starship sono fondamentali per il futuro dei data center orbitali
Le prospettive di Google e SpaceX sono strettamente collegate anche sul piano industriale. Alphabet, società madre di Google, detiene infatti una partecipazione significativa in SpaceX. Inoltre, entrambe le iniziative dipendono dallo sviluppo di Starship, il grande razzo di Elon Musk ancora in fase di sviluppo, che dovrà diventare completamente e rapidamente riutilizzabile.
Secondo un’analisi sottoposta a revisione scientifica e pubblicata all’inizio di novembre, i ricercatori di Suncatcher hanno stimato che SpaceX dovrebbe effettuare circa 1.800 voli di Starship per ottenere riduzioni dei costi legate all’apprendimento tecnologico paragonabili a quelle raggiunte con i precedenti veicoli dell’azienda.
Suncatcher rappresenta una delle classiche scommesse tecnologiche di Google: progettare infrastrutture che possano diventare economicamente sostenibili nel corso degli anni Trenta. La realizzazione di questa visione dovrà però confrontarsi anche con le pressioni più immediate legate allo sviluppo dell’intelligenza artificiale e ai risultati delle attività tradizionali del gruppo, compreso il business pubblicitario legato alla ricerca online.
Fonte: TechCrunch