AI e HR, le imprese italiane accelerano: cresce l’adozione nei processi aziendali

Quattro aziende su dieci vedono già risultati concreti dagli investimenti nei processi di gestione del personale

Redazione

L’intelligenza artificiale continua a conquistare spazio nelle aziende italiane, soprattutto nell’ambito delle risorse umane. Sempre più organizzazioni stanno investendo in strumenti AI per automatizzare attività operative, migliorare l’efficienza e ripensare i modelli organizzativi. Tuttavia, accanto alla crescita degli investimenti emergono ancora ostacoli legati a competenze, governance e resistenza al cambiamento.

Secondo i dati dell’edizione 2026 di “HR & Payroll Pulse”, la ricerca realizzata da SD Worx su quasi seimila responsabili HR europei, il 47% dei professionisti italiani delle risorse umane dichiara di aver già investito in soluzioni di intelligenza artificiale, in aumento rispetto al 40% del 2025. Parallelamente, quattro aziende su dieci sostengono di aver già ottenuto risultati concreti grazie a questi investimenti.

L’AI entra nei processi HR e cambia il lavoro quotidiano

L’interesse verso l’intelligenza artificiale nelle risorse umane è in costante crescita. Oggi il 54% dei professionisti HR italiani afferma di valutare attivamente come integrare l’AI nel contesto lavorativo, contro il 42% registrato l’anno precedente. Un dato che evidenzia come la tecnologia stia progressivamente uscendo dalla fase sperimentale per diventare parte integrante delle attività operative.

Le aziende più dinamiche risultano essere quelle di medie dimensioni, con una quota di adozione pari al 56%, seguite dalle PMI sotto i 250 dipendenti al 46% e dalle grandi organizzazioni al 41%. Se si guarda all’Europa, la crescita più marcata si registra nei Paesi del Nord, con la Norvegia in accelerazione (68% contro il 36% del 2025), affiancata da Irlanda e Regno Unito (entrambe al 59%).

L’intelligenza artificiale trova applicazione soprattutto nei processi più strutturati. Tra gli utilizzi principali figurano la rilevazione delle presenze (30%), la formazione e lo sviluppo del personale (27%), la reportistica e l’analisi dei dati (26%), oltre alla gestione payroll e alla pianificazione della forza lavoro.

Sta inoltre prendendo forma un modello sempre più “ibrido”, nel quale l’automazione viene affiancata dal controllo umano. Per esempio, il 38% degli intervistati ritiene che la gestione delle buste paga possa essere parzialmente automatizzata mantenendo comunque una supervisione delle persone. Percentuali elevate emergono anche nella formazione (39%), nello sviluppo professionale e nella pianificazione del personale (37%).

Restano invece prevalentemente affidate alle persone le attività considerate più sensibili e “human-centric”, come il benessere dei dipendenti e il supporto alla salute mentale (46%).

Le aziende ripensano modelli e processi per integrare l’AI

La diffusione dell’intelligenza artificiale sta spingendo molte imprese a modificare il proprio assetto organizzativo. Il 43% delle aziende dichiara di stare adattando il modello operativo HR per favorire l’integrazione tra AI e forza lavoro, mentre il 45% sta riprogettando processi e workflow con l’obiettivo di aumentare efficienza e produttività.

Non mancano però le difficoltà. Il principale ostacolo riguarda l’allineamento dei processi aziendali, indicato dal 40% degli intervistati. Seguono la resistenza al cambiamento da parte di dipendenti e dirigenti (35%) e la carenza di competenze interne (32%).

L’impatto dell’AI si riflette anche sulle prospettive occupazionali. Il 46% dei datori di lavoro italiani si aspetta infatti una riduzione dell’organico nei prossimi anni a causa dell’automazione, mentre la stessa percentuale ritiene che alcune mansioni stiano già diminuendo di importanza. A guidare questa tendenza sono Norvegia (60%), Irlanda (57%) e Polonia (54%).

Inoltre, il 37% delle aziende dichiara di preferire investire in strumenti di intelligenza artificiale piuttosto che assumere nuovo personale per migliorare la produttività.

Competenze, governance e AI Act: le sfide ancora aperte

Nonostante la crescita dell’adozione, il tema delle competenze continua a rappresentare uno dei nodi principali. Il 29% delle organizzazioni ammette di non possedere ancora il know-how necessario per implementare efficacemente soluzioni AI, mentre il 32% segnala la mancanza di una strategia chiara o di un business case strutturato.

Per questo motivo il 44% delle aziende sta investendo in programmi di formazione e sviluppo dedicati a dipendenti e manager, con l’obiettivo di preparare la forza lavoro a un contesto sempre più orientato all’intelligenza artificiale.

Secondo Chiara Valdata, People Director per l’Italia di SD Worx, è fondamentale rafforzare la governance e definire regole precise sull’utilizzo etico dell’AI nei processi HR. Attualmente il 49% dei datori di lavoro italiani dichiara già di avere una policy dedicata all’uso responsabile dell’intelligenza artificiale. “L’AI esprime il suo pieno potenziale quando viene adottata con obiettivi ben delineati e risultati misurabili. Automatizzare le attività ripetitive permette alle persone di concentrarsi su ambiti a maggiore valore aggiunto”, sottolinea Valdata. “Per questo è essenziale investire non solo in tecnologia, ma anche in formazione e accompagnamento, per favorire un utilizzo consapevole e diffuso. Allo stesso tempo, una comunicazione trasparente sull’evoluzione dei ruoli resta un elemento chiave per gestire il cambiamento.”

Sul fronte normativo cresce intanto l’attenzione verso l’AI Act europeo. Dal 2 agosto, le organizzazioni che utilizzano sistemi di AI considerati ad alto rischio dovranno rispettare requisiti più stringenti legati a documentazione, trasparenza, valutazione dei rischi e governance.

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