Sensorveillance: quando i nostri dispositivi diventano testimoni digitali

Ogni smartphone, auto connessa o app registra tracce personali, trasformando la vita quotidiana in un enorme database investigativo

Redazione
Infografica che illustra la sensorveillance e il monitoraggio dei dati personali tramite dispositivi connessi

La sensorveillance è ormai parte integrante della nostra vita digitale: ogni volta che sblocchiamo uno smartphone, avviamo un’app o ci mettiamo alla guida di un’auto connessa, lasciamo dietro di noi tracce dettagliate che possono trasformarsi in prove utilizzabili dalle autorità. Nel suo nuovo saggio Your Data Will Be Used Against You: Policing in the Age of Self-Surveillance, pubblicato da NYU Press, il professore di diritto Andrew Guthrie Ferguson analizza come l’Internet of Things (IoT) sia diventato un sistema di sorveglianza capillare, trasformando i dispositivi più personali in strumenti di indagine e controllo.

Come la sensorveillance trasforma la vita privata in indizi digitali

Il termine sensorveillance descrive l’intersezione tra sensori e sorveglianza: dispositivi intelligenti non solo raccolgono dati, ma li registrano e li trasmettono, rendendo ogni azione digitale potenzialmente tracciabile. Non riguarda più solo smartphone e wearable, ma anche elettrodomestici, auto connesse e oggetti smart quotidiani.

Le forze dell’ordine hanno imparato a sfruttare questa rete. Un esempio eclatante è quello di Okelle Chatrie, accusato di una rapina in banca: i poliziotti, sapendo che il sospetto teneva uno smartphone attivo, hanno chiesto a Google informazioni su tutti i telefoni presenti nell’area durante il colpo. Grazie a un mandato geofence, che consente di raccogliere dati anonimi in una determinata zona, sono stati identificati i dispositivi attivi e, alla fine, il sospetto stesso. Questi casi evidenziano come ogni smartphone, ogni app o dispositivo connesso possa trasformarsi in un indizio digitale.

Google Sensorvault e l’archiviazione dei dati

Uno degli strumenti più potenti nelle mani delle autorità è Google Sensorvault, una banca dati che raccoglie informazioni di geolocalizzazione provenienti da GPS, Wi-Fi, Bluetooth e torri cellulari. Per anni, Sensorvault ha consentito di ricostruire movimenti con precisione straordinaria, ricevendo oltre 11.500 richieste di informazioni da forze dell’ordine nel solo 2020.

Dal 2024, Google ha modificato la politica aziendale: i dati di localizzazione vengono archiviati sui singoli dispositivi, rendendo necessario un mandato specifico per accedervi. Tuttavia, app apparentemente innocue possono ancora fornire informazioni dettagliate: in Pennsylvania, i dati di un’app torcia su iPhone hanno permesso di identificare un ladro all’interno di una casa.

Telemetria dei veicoli: la mobilità come fonte di prova

Le auto connesse raccolgono informazioni altrettanto dettagliate: velocità, frenate, accensioni, deploy degli airbag, ma anche contatti, cronologia delle chiamate e preferenze multimediali se collegate a smartphone. Alcune case automobilistiche, come Nissan o Stellantis, includono nei propri dati anche informazioni su caratteristiche personali, psicologia o salute, con possibilità di condivisione con broker e forze dell’ordine.

Anche il caso di Cathy Bernstein, sorpresa dalla polizia dopo che la sua auto aveva automaticamente segnalato un incidente, mostra come la telemetria possa diventare prova diretta in procedimenti giudiziari. La routine quotidiana si trasforma così in un indicatore forense continuo.

Limiti legali e ambiguità costituzionali

La sensorveillance solleva questioni delicate sul diritto alla privacy. La Quarta Emendamento degli Stati Uniti protegge contro perquisizioni ingiustificate, ma non menziona la raccolta dei dati digitali. La Corte Suprema ha stabilito limiti nell’uso del GPS e dei dati CSLI, come nei casi United States v. Jones e Timothy Carpenter, ma molte domande rimangono aperte: fino a che punto la raccolta di dati a breve termine viola la privacy?

I mandati geofence, utilizzati per localizzare Chatrie, illustrano la tensione tra efficienza investigativa e protezione dei cittadini. La tecnologia consente di monitorare chiunque si trovi in una determinata area, anche senza sospetti specifici, rendendo la sorveglianza pervasiva e in parte inevitabile.

Difendersi dalla sensorveillance

In un mondo in cui le informazioni generate dai dispositivi sono sempre più disponibili per scopi legali, la consapevolezza diventa essenziale. Limitare i dati condivisi, scegliere sistemi con archiviazione locale e conoscere i rischi connessi alle app e ai servizi digitali sono strumenti fondamentali per tutelare la privacy.

Tuttavia, la tecnologia rende difficile evitare completamente la sensorveillance. Smartphone e auto connesse sono ormai imprescindibili per gran parte delle persone. Anche le soluzioni tecnologiche più avanzate, come la localizzazione dei dati direttamente sui dispositivi, restano accessibili alle autorità tramite mandato. Ogni passo nella vita digitale crea una traccia, che può essere usata tanto per catturare criminali quanto per sorvegliare in modo eccessivo.

Fonte: IEEE Spectrum

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