Continuano i guai per ChatGPT, il chatbot creato da OpenAI. Dopo l’eliminazione dall’Italia e altri paesi preoccupati sul discorso privacy, come Francia, Irlanda, Germania e Canada, ora l’intelligenza artificiale generativa potrebbe finire davanti al giudice e non, come è già capitato di vedere, nei panni dell’avvocato ma in quelli dell’imputato.
Perché ChatGPT rischia il tribunale?
Secondo quanto riporta Ansa, ChatGPT, e nello specifico la casa madre OpenAI sono stati richiamati, per ora, da un avvocato e rischiano dunque di finire in processo. Il motivo? Sembra che l’AI generativa abbia diffuso un’informazione falsa e per questo potrebbe essere citata in giudizio per diffamazione.
Nello specifico il chatbot avrebbe affermato che l’appena eletto sindaco di una cittadina di Melbourne, abbia avuto una pena detentiva per corruzione che, in realtà, non è mai avvenuta. L’unico fattore comune che hanno il sindaco e la pena, e che potrebbe aver imbrogliato il chatbot, è il fatto che il primo ha lavorato nella filiale della Reserve Bank of Australia che, nei primi anni 2000, fece scandalo per corruzione.
Secondo quanto si legge il sindaco ha intimato, tramite i sui legali, ad OpenAI di correggere l’errore. Ad oggi, però , non vi è stata alcuna risposta. Se la situazione non cambierà l’intelligenza artificiale dovrà risponderne in giudizio.
“Sarebbe potenzialmente un momento storico, perché la legge sulla diffamazione verrebbe applicata ad una nuova area dell’intelligenza artificiale” ha detto a Reuters, James Naughton, partner dello studio legale di Hood, Gordon Legal. “È un funzionario eletto, la reputazione è fondamentale per il suo ruolo. Quindi per lui fa molta differenza se le persone possono accedere a tali informazioni, liberamente”.