“Oggi l’ intelligenza artificiale (AI) è al centro del mondo. L’obiettivo è chiaro: replicare, quanto più fedelmente possibile, il funzionamento del cervello umano. Per migliorare le nostre vite, aiutare le aziende a ottimizzare i costi e offrire alle persone un accesso immediato alla conoscenza. Ma è davvero tutto così lineare?“
A ragionare su questi argomenti è Fulvio Giannetti, fondatore e amministratore delegato di Lybra Tech, azienda di tecnologia e analisi dati specializzata nel settore turistico.
Dagli errori alla paura dell’ignoto: l’evoluzione umana in rapporto alle macchine
“L’evoluzione non ha un piano. Non segue uno scopo. È un intreccio casuale di un’infinità di nodi, ognuno dei quali è solo una possibilità tra miliardi di miliardi. In questo percorso cieco, uomini e donne hanno dedicato la propria vita a idee che si sono rivelate inutili, a tecnologie sorpassate, a ipotesi senza sbocco. Ma ogni errore, ogni fallimento, ogni deviazione è stato un nodo evolutivo, una strada esplorata, una possibilità aperta alla specie. L’ottimizzazione della specie passa, paradossalmente, per l’inefficienza dei singoli. Errori, sconfitte, illusioni e bias cognitivi: tutto ciò che sembra uno spreco individuale può avere un valore collettivo. Il bias di conferma, ad esempio, ci fa cercare solo ciò che rafforza le nostre idee. Sbagliamo. Ma su scala più ampia, gruppi diversi esplorano visioni opposte. Alcuni crollano, altri trovano una nuova via“.
“La paura dell’ignoto, spesso irrazionale, è un riflesso antico: in tempi remoti, proteggeva il gruppo da pericoli invisibili“, prosegue il ceo di Lybra Tech. “Anche l’eccesso di ottimismo, che ci spinge a inseguire obiettivi improbabili, può portare talvolta a scoperte straordinarie. Ogni bias ha una logica evolutiva. Non per il singolo, ma per la specie. Tutto questo, però, è profondamente inefficiente. E proprio per questo, non è sostenibile da una macchina, che si basa sulla logica dell’ottimizzazione. Non può permettersi la follia. Ma è proprio quella follia – nel senso più alto e creativo del termine, come la intendeva Erasmo da Rotterdam – a renderci umani. L’impulso a inseguire l’assurdo, a sbagliare volontariamente, a deviare dalla linea retta. Tutto ciò è qualcosa che nessuna macchina può replicare. Sarebbe troppo costoso. Troppo illogico. Troppo umano“.
Il potenziale dell’AI: accelerare l’esplorazione senza sostituire gli umani
“E allora, qual è il vero potenziale dell’intelligenza artificiale? Non imitare l’uomo, bensì diventare uno strumento per accelerare l’esplorazione“, prosegue Giannetti. “Per sperimentare in meno tempo ciò che l’evoluzione ci ha permesso di tentare in millenni. Per fare luce – rapidamente – su quelle possibilità che il nostro lento errore aveva appena cominciato a intravedere. Ma c’è un altro punto, più semplice. Se a livello aziendale si procede sempre più verso l’ottimizzazione dei costi, se la forza lavoro viene vista sempre più come un costo da ridurre, se nessuno lavora, chi compra? L’AI non è un consumatore. Se l’efficienza taglia fuori l’essere umano, è anche un problema di sostenibilità del sistema stesso. Se da un lato, l’inefficienza del singolo individuo genera progresso collettivo, dall’altro, l’efficienza estrema di un singolo attore economico può produrre un’inefficienza sistemica“.
«Forse il vero punto quindi non è cosa può fare l’intelligenza artificiale, ma cosa vogliamo fare noi, con essa“, conclude Giannetti. “Se impariamo a integrarla senza sacrificare la nostra imperfezione, potremo progredire senza snaturarci. Tuttavia, serve una visione che metta al centro l’essere umano come fine ultimo del progresso. L’efficienza può far crescere una macchina. Ma solo il senso può far evolvere una civiltà“.