Nel mondo della robotica, una piccola rivoluzione arriva dal mare. Si chiama Greens il nuovo progetto europeo coordinato dall’Università di Bari Aldo Moro, che per la prima volta applica il principio delle “5 R” — ridurre, riciclare, ripensare, riparare, riutilizzare — allo sviluppo di micro e nanorobot. Il cuore di questa innovazione è fatto di alghe, in particolare diatomee, organismi microscopici con potenzialità sorprendenti.
Nanorobot fatti di alghe diatomee: l’innovazione green per la robotica
Le alghe diatomee sono tra gli organismi più diffusi nei mari, nei laghi e perfino nelle pozzanghere. Nonostante la loro dimensione microscopica, sono fondamentali per l’ambiente: producono circa il 20% dell’ossigeno atmosferico e assorbono enormi quantità di anidride carbonica, contribuendo a regolare il clima.
Ma il loro valore non è solo ecologico. Le pareti silicee delle diatomee presentano strutture così raffinate da ispirare materiali avanzati, sensori e biosensori. È da qui che parte Greens, che andrà a sfruttare questa architettura naturale come impalcatura per robot invisibili all’occhio umano, ma potentissimi.
Stando a quanto riportato dal sito Rinnovabili, le diatomee saranno rivestite di polidopamina, un polimero naturale che funge da base per il successivo inserimento di enzimi specializzati, capaci di degradare gli inquinanti direttamente sulla superficie della membrana. Il loro movimento sarà guidato da mini-magneti, che ne permetteranno il controllo a distanza. Una volta pronti, questi nanorobot verranno immessi negli ambienti da bonificare. Un ulteriore vantaggio delle alghe diatomee è la loro capacità di trasmettere alle generazioni successive le caratteristiche acquisite, senza dover ricorrere a modificazioni genetiche.
Come spiega Gianluca Maria Farinola, professore Ordinario di Chimica Organica e presidente della Societa’ Chimica Italiana, che coordina Greens: “Possiamo renderli capaci di individuare e distruggere determinati inquinanti in specifici ambienti, o ancora portarli a consegnare una specifica molecola in una parte precisa del nostro corpo a fini terapeutici”.
Si tratta di un potenziale enorme, che tocca sia il campo della nanomedicina che quello della bonifica ambientale. Tuttavia, proprio per la loro efficacia e pervasività, nasce una preoccupazione concreta: cosa succede una volta esaurita la loro funzione? Il rischio è che finiscano dispersi nell’organismo o nell’ambiente, diventando nuovi inquinanti invisibili, simili — o peggiori — delle microplastiche.
Per questo, il progetto Greens vuole anticipare il problema, integrando la sostenibilità fin dalle prime fasi di sviluppo. Invece di correre ai ripari dopo, la scienza stavolta si ferma a riflettere prima. Un cambio di paradigma che potrebbe segnare la strada per tutta la tecnologia del futuro.