Immagine copertina generata con l’intelligenza artificiale
Google si prepara a portare l’intelligenza artificiale oltre l’atmosfera terrestre. Il colosso statunitense lancerà infatti un satellite sperimentale dotato di capacità di calcolo AI, nell’ambito del più ampio Project Suncatcher, con l’obiettivo di capire se in futuro sarà possibile utilizzare lo spazio come sede per nuove infrastrutture di elaborazione.
Il satellite, chiamato MVP, sarà equipaggiato con appena quattro Tensor Processing Units (TPU) e pannelli solari in grado di fornire circa 1.000 Watt di potenza. Si tratta di un esperimento ancora molto limitato, ma destinato a raccogliere informazioni preziose sulle possibilità e sui problemi legati all’utilizzo di server in orbita.
Il ruolo del data center AI orbitale di Google
Il progetto di Google prevede il lancio del satellite a bordo di un Falcon 9 di SpaceX dalla Vandenberg Space Force Base, in California. Una volta raggiunta l’orbita, l’MVP sarà in grado di gestire semplici richieste di intelligenza artificiale direttamente dallo spazio.
Le dimensioni dell’esperimento sono però ancora molto lontane da quelle di un vero data center. Le quattro TPU offriranno una capacità di elaborazione paragonabile, secondo quanto riportato dalla fonte, a quella di un singolo server terrestre. L’obiettivo non è quindi fornire servizi AI su larga scala, ma verificare concretamente come possano comportarsi hardware e sistemi di calcolo in ambiente orbitale.
Google considera questa fase come un primo passo di un percorso molto più lungo. James Manyika, senior vice president of research dell’azienda, ha infatti spiegato che non è previsto qualcosa di realmente operativo nei prossimi anni.
Quattro TPU e 1.000 Watt: i limiti dell’esperimento
Il satellite disporrà di quattro Tensor Processing Units, processori sviluppati per accelerare i carichi di lavoro legati al machine learning. A fornire energia sarà un sistema di pannelli solari capace di generare circa un kilowatt di potenza.
L’esperimento presenta però un limite particolarmente significativo: il calore. Nonostante il sistema di raffreddamento progettato da Google per disperdere direttamente nello spazio l’energia termica, i quattro chip possono funzionare soltanto per circa 15 minuti prima di dover essere spenti e lasciati raffreddare.
Anche la radiazione rappresenta una difficoltà. Le particelle presenti nello spazio possono provocare i cosiddetti bit flip, alterando il modo in cui i chip elaborano i dati. Google intende affrontare il problema riavviando periodicamente i processori.
Orbita e sostenibilità nei data center per intelligenza artificiale
L’idea alla base di Project Suncatcher è verificare se lo spazio possa diventare, nel lungo periodo, una nuova destinazione per le infrastrutture dedicate all’AI. I pannelli solari rappresentano uno degli elementi centrali della sperimentazione, mentre l’ambiente orbitale offre condizioni completamente diverse rispetto a quelle dei data center terrestri.
Il satellite MVP dovrebbe essere in grado di svolgere attività AI per fino a un anno, pur rimanendo in orbita per un periodo massimo stimato di sei anni. Al termine della sua permanenza, è previsto il rientro nell’atmosfera e la conseguente distruzione del satellite.
Vantaggi strategici e sfide della sperimentazione Google
La sperimentazione dovrà affrontare problemi che vanno ben oltre la semplice potenza di calcolo. Radiazioni, gestione del calore e affidabilità dell’hardware sono infatti alcune delle principali incognite associate all’utilizzo di server nello spazio.
Google non è comunque l’unica azienda interessata a questa prospettiva. Anche xAI, Tesla, SpaceX, Amazon e OpenAI hanno mostrato interesse verso l’ipotesi dei data center orbitali, mentre la Cina ha già portato capacità di calcolo AI nello spazio. Anche Intel dispone di un brevetto relativo a data center in orbita.
Prospettive per l’adozione di data center AI nello spazio
Il satellite MVP rappresenta soltanto l’inizio. Google prevede infatti di lanciare successivamente una coppia di satelliti, mentre nel lungo periodo è stata ipotizzata una flotta composta da oltre 80 unità interconnesse.
L’orizzonte temporale resta però molto ampio. Secondo Manyika, potrebbero servire circa 15 anni per passare da un server orbitale dotato di quattro chip a un vero data center. L’ipotesi di utilizzare nello spazio servizi AI accessibili dagli utenti, compresa una possibile versione di Gemini, rimane quindi ancora lontana.
Cosa cambia ora per imprese e sviluppatori
Per il momento, l’esperimento non comporta cambiamenti immediati per imprese e sviluppatori. Il suo valore è soprattutto sperimentale e tecnologico: Google vuole capire quanto sia concretamente praticabile portare capacità di elaborazione AI fuori dalla Terra.
I risultati del test potranno indicare quali siano i principali ostacoli da superare e se l’idea di costruire infrastrutture di calcolo in orbita possa trasformarsi, nel tempo, da esperimento a tecnologia utilizzabile su scala più ampia.
Fonte: Tom’s Hardware