Immagine copertina generata con l’intelligenza artificiale
Le autorità russe hanno utilizzato uno strumento prodotto da Cellebrite per accedere all’iPhone di un noto oppositore politico, nonostante l’azienda avesse annunciato mesi prima la sospensione delle vendite e dei servizi al governo di Mosca. A ricostruire il caso è stato il Citizen Lab, gruppo di ricerca dell’Università di Toronto specializzato in diritti digitali e sicurezza informatica. La vicenda riporta così al centro il problema del controllo sulle tecnologie di sorveglianza una volta che sono state vendute a governi e istituzioni.
Il caso dell’iPhone di Andrey Pivovarov
L’episodio riguarda Andrey Pivovarov, ex direttore del gruppo di opposizione Open Russia. Dopo il suo arresto nel maggio 2021, le autorità russe confiscarono il suo iPhone 12 e il MacBook. Secondo i ricercatori del Citizen Lab, sul telefono sono state successivamente trovate prove forensi dell’utilizzo di Cellebrite UFED, lo strumento sviluppato dall’azienda per sbloccare ed estrarre dati dai dispositivi mobili.
A confermare l’impiego della tecnologia è anche un documento giudiziario condiviso dallo stesso Pivovarov con i ricercatori. Nel documento, il Criminalist Expert Center russo descrive l’utilizzo di UFED per estrarre informazioni dall’iPhone, comprese conversazioni di WhatsApp e Telegram.
Le autorità avrebbero inoltre cercato sul dispositivo termini legati alla politica e nomi di esponenti dell’opposizione. Pivovarov è stato poi condannato a quattro anni di carcere e liberato nell’agosto 2024 nell’ambito di uno scambio di prigionieri tra Russia e Paesi occidentali.
Cellebrite aveva annunciato lo stop alle vendite
Il punto più controverso della vicenda riguarda la posizione assunta da Cellebrite pochi mesi prima. Nel marzo 2021 l’azienda israeliana aveva annunciato di voler interrompere immediatamente la vendita delle proprie tecnologie ai clienti governativi russi, oltre a porre fine ai rapporti commerciali esistenti.
La stessa società sostiene che, a partire da quel momento, avrebbe potuto interrompere il funzionamento dei dispositivi o impedire la ricezione degli aggiornamenti software. Eppure, nel caso Pivovarov, uno strumento UFED risultava ancora utilizzabile dalle autorità russe.
Cellebrite ha ribadito al Citizen Lab di aver fermato tutte le vendite e i servizi verso la Federazione Russa nel marzo 2021, terminando le licenze esistenti e avviando lo scioglimento dei contratti. Secondo il direttore marketing David Gee, qualsiasi utilizzo di hardware Cellebrite rimasto in Russia dopo quella data sarebbe quindi stato completamente non autorizzato.
Il problema dei dispositivi già venduti
Il caso mette in evidenza una difficoltà più ampia per le aziende che producono strumenti di sorveglianza: interrompere un rapporto commerciale non significa necessariamente recuperare o neutralizzare la tecnologia già consegnata.
Eitay Mack, avvocato israeliano per i diritti umani, sostiene che la semplice revoca di una licenza non impedisca necessariamente a un ex cliente di continuare a utilizzare gli strumenti acquistati. Secondo Mack, Cellebrite non chiarisce nemmeno se chieda ai propri clienti di smantellare le tecnologie vendute.
John Scott-Railton del Citizen Lab ha indicato una possibile strada: la possibilità di disattivare da remoto gli strumenti in caso di abuso documentato, accompagnata da sistemi di marcatura crittografica capaci di collegare i dati estratti al dispositivo utilizzato.
Nel corso degli anni sono emersi casi di impiego delle tecnologie Cellebrite contro dissidenti, attivisti e giornalisti in diversi Paesi. L’azienda ha successivamente interrotto i rapporti con alcuni governi, tra cui quelli di Bangladesh, Cina, Hong Kong, Myanmar e Serbia. La vicenda russa mostra però quanto possa essere complesso esercitare un controllo effettivo sulla tecnologia anche dopo la fine dei rapporti commerciali.
Fonte: TechCrunch