Il futuro degli assistenti AI è sul dispositivo: la previsione di Tony Fadell

Per Tony Fadell, i dispositivi della prima generazione non rispondevano a bisogni concreti e non offrivano motivi sufficienti per conquistare gli utenti

Redazione
Tony Fadell spiega il futuro dei dispositivi ai e i motivi del loro primo fallimento.

Immagine copertina generata con l’intelligenza artificiale

Tony Fadell, considerato il padre dell’iPod e tra i creatori dell’iPhone, mette in guardia le aziende tecnologiche che stanno sviluppando dispositivi e assistenti AI: la tecnologia da sola non basta, perché senza una reale utilità e garanzie di sicurezza è difficile conquistare la fiducia degli utenti. Intervenendo al primo MIT Future Fest, l’imprenditore ha commentato il fallimento di alcuni prodotti di intelligenza artificiale e indicato nella privacy e nell’elaborazione direttamente sui dispositivi due elementi decisivi per il futuro degli assistenti personali.

Tony Fadell e il fallimento dei primi dispositivi AI

Durante il suo intervento al MIT Future Fest, Fadell ha mostrato una diapositiva con tre dispositivi AI che avevano suscitato grande attenzione, ma che sono stati successivamente dismessi: Rabbit R1, Humane AI Pin e Limitless Pendant.

L’imprenditore ha raccontato che le aziende produttrici lo avevano contattato per chiedergli consigli, senza però riuscire a convincerlo a collaborare. A suo giudizio, questi prodotti rappresentano la prima generazione di dispositivi AI, incapace di rispondere a esigenze concrete dei consumatori.

«In ciascuno di questi casi non veniva soddisfatto alcun bisogno», ha spiegato Fadell, sottolineando come si trattasse soprattutto di tecnologie interessanti per gli appassionati, ma prive di un’applicazione sufficientemente utile nella vita quotidiana.

Il problema non riguardava soltanto il funzionamento dei dispositivi, che non sempre mantenevano le promesse, ma anche la difficoltà di capire come utilizzare un assistente personale e quando fosse possibile fidarsi delle sue capacità.

Perché conquistare la fiducia degli utenti è così difficile

Secondo Fadell, il settore tecnologico tende a dare per scontato che le persone sappiano già come utilizzare un assistente personale. In realtà, meno dello 0,01% della popolazione mondiale ha avuto un assistente umano, una circostanza che rende difficile immaginare come la maggior parte dei consumatori possa affidarsi a un agente AI.

Lo stesso imprenditore ha raccontato di aver impiegato un paio d’anni per capire come sfruttare al meglio un assistente umano e, successivamente, per affidargli informazioni sensibili e responsabilità importanti, dalla gestione degli appuntamenti ai rapporti con la banca.

Un percorso graduale che, secondo Fadell, non può essere ignorato nello sviluppo degli assistenti digitali. Quando si assume una persona, del resto, non le si consegnano immediatamente le credenziali del proprio conto bancario. Lo stesso principio dovrebbe valere per l’intelligenza artificiale, soprattutto quando questi strumenti iniziano a gestire dati personali e attività delicate.

La questione della sicurezza è particolarmente rilevante alla luce dei problemi emersi con Muse, l’assistente AI generalista presentato da Meta. Dopo il lancio, un ricercatore ha individuato una vulnerabilità significativa. Secondo quanto riportato da 404 Media, inoltre, alcuni dipendenti di Meta avevano rilevato problemi di sicurezza prima del debutto, spingendo diversi team a lavorare intensamente per correggerli.

«La fiducia e la sicurezza saranno fondamentali per qualsiasi cosa decidiamo di affidare a una forma di intelligenza», ha affermato Fadell.

Apple in vantaggio sulla privacy, ma manca un modello AI proprietario

Tra le aziende che potrebbero riuscire a sviluppare un assistente personale affidabile, Fadell ha indicato soprattutto Apple, grazie al controllo esercitato sull’hardware, sui chip e sull’ecosistema dei dispositivi. L’azienda, tuttavia, deve ancora colmare il divario nell’intelligenza artificiale proprietaria: la nuova Siri AI utilizza versioni personalizzate di Gemini, il modello sviluppato da Google.

Apple può contare su un rapporto consolidato con gli utenti anche sul fronte della privacy. Funzioni come Face ID hanno contribuito a costruire fiducia nella condivisione di dati biometrici, grazie a un approccio che privilegia l’elaborazione locale delle informazioni.

Per Fadell, il futuro degli agenti AI dovrebbe passare proprio dall’elaborazione direttamente sui dispositivi, limitando il ricorso al cloud. Smartphone e altri apparecchi dispongono già di una potenza di calcolo considerevole e possono eseguire operazioni mantenendo i dati sensibili all’interno del dispositivo.

Una scelta che potrebbe migliorare la privacy e rendere gli assistenti più leggeri, senza dipendere continuamente dai data center.

Perché Meta e OpenAI puntano sui dispositivi fisici

Fadell ha anche avanzato un’ipotesi sulle ragioni che stanno spingendo aziende come Meta e OpenAI a sviluppare nuovi gadget. A differenza di Apple, queste società non dispongono di miliardi di dispositivi già distribuiti attraverso i quali accedere direttamente a fotocamera, microfono, GPS e altri sensori.

Un dispositivo dedicato permette invece di integrare queste componenti, raccogliendo le informazioni necessarie all’assistente e collegandosi poi allo smartphone tramite Bluetooth o Wi-Fi, oppure alle reti mobili.

Questa strategia, però, solleva interrogativi sulla quantità di dati che gli utenti sono disposti a condividere. Secondo Fadell, il rischio è che la richiesta di autorizzazioni aumenti progressivamente, fino a coinvolgere numerose informazioni personali.

Resta infine il problema di trovare il giusto equilibrio tra innovazione e domanda reale. Le startup, ha osservato l’imprenditore, hanno meno margine di errore rispetto ai grandi gruppi: un prodotto sbagliato può compromettere l’intera azienda. «Essendo una startup, hai una sola possibilità», ha commentato, contrapponendo questa condizione alla maggiore capacità di Apple di sostenere anche prodotti che non raggiungono subito il successo sperato, come Vision Pro.

Fonte: TechCrunch

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