L’adozione della blockchain entra ufficialmente nei processi dell’Agenzia delle Entrate. Con l’aggiornamento della sezione “Bandi di concorso”, l’ente conferma l’utilizzo di tecnologie avanzate per garantire sicurezza, trasparenza e immodificabilità dei dati nelle selezioni pubbliche. Una scelta che si inserisce nel più ampio percorso di digitalizzazione della Pubblica Amministrazione, e che rappresenta un segnale concreto anche per le imprese. Anche se non mancano i limiti.
Blockchain e concorsi pubblici: come funziona il sistema
Stando a quanto riportato dal Consulente Telematico, l’Agenzia delle Entrate ha aggiornato recentemente la sezione “Bandi di concorso”, confermando l’utilizzo della tecnologia blockchain per garantire la sicurezza e l’immodificabilità dei dati nelle selezioni pubbliche
In particolare, andando a vedere sul sito ufficiale dell’agenzia, per la gestione delle selezioni pubbliche viene utilizzata la piattaforma Concorsi Smart, sviluppata e gestita da FORMEZ PA, in linea con i requisiti definiti dall’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale.
Il cuore del sistema è una blockchain immutabile, centralizzata e verificabile, progettata per garantire l’univocità e la protezione dei dati. Il meccanismo si basa su un’infrastruttura che combina tecniche avanzate di crittografia e un sistema di log centralizzato, capace di registrare ogni operazione effettuata durante il concorso. Ogni interazione – dall’invio delle candidature alle fasi di valutazione – viene tracciata e resa non modificabile.
Blockchain centralizzata, le criticità interpretative
Come detto sopra, il sistema adottato per i concorsi pubblici si basa su una “blockchain immutabile, centralizzata e verificabile”, integrata con strumenti di crittografia avanzata e log centralizzati. Per la verifica dell’integrità dei dati, i candidati non hanno accesso diretto al sistema, ma devono presentare una richiesta tramite PEC all’indirizzo concorsi@pec.formez.it, secondo quanto previsto dalla legge 241/1990, con tempi di risposta che possono arrivare fino a 90 giorni.
Sul piano tecnico, la definizione di “blockchain centralizzata” solleva però alcune criticità interpretative. Per sua natura, infatti, una blockchain è un registro distribuito: se è centralizzata è un database con hashing, non una blockchain. Il candidato non ha modo di verificare nulla autonomamente, deve fidarsi dell’ente che è anche giudice e parte. Il tema diventa particolarmente sensibile se si considera l’ampiezza delle procedure: in concorsi con decine di migliaia di partecipanti, come nel caso dei bandi dell’Agenzia delle Entrate, il rischio di contenziosi amministrativi non è trascurabile.
Un modello alternativo è quello proposto da Notarify, startup italiana attiva dal 2020 nel settore della notarizzazione digitale. La società utilizza una logica di blockchain pubbliche distribuite, registrando le prove crittografiche su reti come Bitcoin, Ethereum, TON e Solana, composte da migliaia di nodi indipendenti.
La società offre una notarizzazione basata su 4 chain pubbliche (Bitcoin, Ethereum, TON, Solana), con registri distribuiti veri, migliaia di nodi indipendenti. E anche una verifica autonoma e immediata del cittadino, senza PEC, senza intermediari, senza attendere risposte. Garantendo inoltre l’integrità eterna: la prova sopravvive anche a Notarify stessa, perché l’hash resta sui nodi pubblici. Il sistema è inoltre progettato in conformità con il DL 135/2018, articolo 8-ter, e con il regolamento europeo eIDAS, che riconosce valore probatorio ai servizi di certificazione digitale.
Il principio alla base è sintetizzabile così: “dalla fiducia in un ente alla certezza matematica verificabile da chiunque”.