Immagine copertina generata con l’intelligenza artificiale
La cloud repatriation sta diventando una componente sempre più rilevante nelle strategie infrastrutturali delle aziende. Il termine indica il processo con cui applicazioni, dati e workload vengono spostati dal public cloud verso private cloud, server dedicati, infrastrutture aziendali o data center specializzati. Non significa però un abbandono della nuvola: i dati del 2026 mostrano piuttosto una redistribuzione dei carichi informatici, con le imprese che scelgono dove eseguire ogni servizio in base a costi, prestazioni, sicurezza e necessità di controllo.
Motivazioni dietro la cloud repatriation aziende
Tra le ragioni principali della cloud repatriation c’è il costo. Il modello pubblico offre grande flessibilità, consentendo di aumentare o ridurre rapidamente le risorse utilizzate. Quando però un’applicazione richiede capacità elevate e prevedibili per lunghi periodi, il pagamento continuativo di processori, memoria, storage, database e trasferimento dati può diventare meno conveniente rispetto a infrastrutture dedicate.
Secondo Uptime Institute, il 64% delle organizzazioni che hanno spostato applicazioni fuori dal public cloud indica proprio una spesa superiore alle aspettative come motivo della scelta. Seguono prestazioni inferiori alle attese, indicate dal 33%, e requisiti legati a leggi e conformità normativa, citati dal 28%.
Anche Flexera rileva una pressione crescente sui costi: nel 2026 le organizzazioni stimano come sprecato il 29% della spesa destinata a Infrastructure as a Service e Platform as a Service.
Analisi quantitativa del fenomeno
I numeri confermano che non si tratta di episodi isolati. Nel State of the Cloud 2026 di Flexera, realizzato su 753 professionisti e responsabili delle strategie cloud, le aziende hanno dichiarato di avere riportato fuori dal public cloud il 23% dei workload, contro il 21% dell’anno precedente.
Ancora più significativo è il dato relativo alle grandi imprese. Il Private Cloud Outlook 2026 di Broadcom, basato su 1.800 responsabili IT senior di aziende con almeno mille dipendenti, rileva che il 50% ha già riportato almeno alcuni workload dal public cloud al private cloud. Tra queste, l’83% sta valutando ulteriori trasferimenti.
Il fenomeno resta comunque selettivo: secondo Uptime Institute, solo il 3% delle organizzazioni che avevano spostato applicazioni verso altre infrastrutture aveva cessato completamente di utilizzare servizi di public cloud.
Cloud repatriation aziende e impatti sulle strategie IT
Il risultato è un cambiamento nel modo in cui le imprese progettano le proprie infrastrutture. Il modello cloud first, che per anni ha portato numerose applicazioni verso la nuvola, lascia progressivamente spazio a una logica diversa: scegliere l’ambiente più adatto per ciascun workload.
Il 73% delle organizzazioni rilevate da Flexera utilizza ormai un modello di cloud ibrido. Un’applicazione può quindi rimanere sul cloud pubblico, mentre un database stabile può essere collocato su server dedicati e informazioni particolarmente sensibili possono essere mantenute in un private cloud.
Le implicazioni sui costi e sulla sicurezza
La questione economica si intreccia con quella del controllo sui dati. Il private cloud consente di dedicare risorse a una singola organizzazione, mentre la colocation permette alle aziende di mantenere la proprietà dei propri server affidando a operatori specializzati alimentazione, raffreddamento e connettività.
In Europa assume inoltre un peso crescente la sovranità dei dati. Secondo Broadcom, quattro responsabili IT su cinque considerano la geopolitica un fattore capace di influenzare le strategie tecnologiche e il 54% indica sovranità e residenza dei dati come elementi rilevanti nelle decisioni infrastrutturali.
Possibili sviluppi futuri della cloud repatriation
Anche l’intelligenza artificiale sta modificando il calcolo economico delle infrastrutture. Il 56% delle imprese intervistate da Broadcom utilizza o prevede di utilizzare il private cloud per l’inferenza dell’IA in produzione. Parallelamente, l’utilizzo previsto del public cloud per queste attività è sceso dal 56% al 41% in un anno.
La ragione riguarda anche le GPU: affittarle consente grande flessibilità quando la domanda è temporanea, mentre un utilizzo intenso e costante per anni può rendere conveniente confrontare il cloud con hardware proprietario o infrastrutture dedicate.
Strategie operative per le aziende
La cloud repatriation non indica quindi una fuga generalizzata dalla nuvola. Al contrario, il mercato del public cloud continua a crescere: Gartner prevede per il 2026 una spesa mondiale di circa 1.030 miliardi di dollari, in aumento del 20,9%.
La strategia che emerge è quella del workload placement: public cloud, private cloud, colocation e infrastrutture aziendali convivono all’interno di architetture ibride. Le imprese valutano caso per caso il migliore equilibrio tra costi, prestazioni, controllo e sicurezza, spostando i workload quando le condizioni rendono più adatta un’infrastruttura diversa.
Fonte: Italian Tech