Fusione nucleare dai rifiuti atomici: il carburante del domani

A Los Alamos si sviluppa un sistema innovativo che trasforma scorie nucleari in trizio commerciale per reattori a fusione

Redazione

La fusione nucleare potrebbe rappresentare la chiave per un futuro energetico pulito e praticamente illimitato, ma la scarsità e l’alto costo del trizio — un isotopo dell’idrogeno fondamentale per avviare le reazioni di fusione — frenano lo sviluppo della tecnologia. Un team del Los Alamos National Laboratory sta studiando un sistema innovativo che sfrutta la tecnologia del sale fuso per produrre trizio commerciale a partire dai rifiuti nucleari, trasformando un problema in un’opportunità per la cosiddetta “economia della fusione”.

Trizio dai rifiuti nucleari: il futuro della fusione è qui

Noto anche come idrogeno pesante, il trizio è disponibile sulla Terra all’incirca sui 25 chilogrammi, per lo più residui di centrali nucleari e non accessibili per usi energetici. Per avere un’idea della carenza, un impianto a fusione da 2 gigawatt richiederebbe ogni anno circa 112 chilogrammi di trizio, quasi cinque volte l’intera riserva mondiale disponibile.

Per ovviare alla carenza, il team sta studiando a un sistema che combina un acceleratore di particelle con il sale fuso per generare trizio dai rifiuti nucleari. Questo approccio consente di utilizzare combustibili differenti, compreso il combustibile nucleare esausto accumulato nelle centrali commerciali, che altrimenti rappresenterebbe un costo elevato di stoccaggio e un rischio di sicurezza.

Come spiega Interesting Engineering, il processo funzionerebbe così: l’acceleratore di particelle produce neutroni nel sale fuso, che reagiscono con il litio disciolto e generano trizio. Una volta combinato con il deuterio in un reattore a fusione, il trizio libera enormi quantità di energia con scarti quasi nulli. Inoltre, il modello con acceleratore può essere acceso e spento a volontà e non prevede reazioni a catena, offrendo un vantaggio significativo in termini di sicurezza rispetto ai metodi tradizionali di produzione del trizio.

Grazie a simulazioni e modelli, il team ha esaminato prestazioni, costi e requisiti tecnici della tecnologia. Secondo Tarnowsky, questo approccio non solo potrebbe risolvere la scarsità di trizio, ma rappresenta anche un’occasione concreta per dare impulso a un’economia basata sulla fusione nucleare.

“Il sistema che stiamo proponendo potrebbe molto utilmente riciclare le scorie nucleari in una missione commerciale al trizio che aiuta a far decollare l’economia della fusione”.

I prossimi passi della ricerca prevedono la stima dei costi effettivi di produzione e l’ottimizzazione dell’uso dei sali di litio, che fungono sia da refrigerante sia da barriera di sicurezza, riducendo il rischio di dispersioni radioattive.

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