Immagine copertina generata con l’intelligenza artificiale
Una promessa tecnologica ambiziosa, rendimenti fino al 30% annuo e una garanzia di restituzione del capitale del 100%. È su questi elementi che Brent Kovar avrebbe costruito una truffa da oltre 24 milioni di dollari, presentando agli investitori Profit Connect come una società specializzata nel mining di criptovalute attraverso un presunto AI supercomputer. Ora una giuria del Nevada lo ha riconosciuto colpevole e l’imprenditore rischia una pena massima complessiva di 280 anni di carcere.
L’AI supercomputer promesso agli investitori
Secondo la ricostruzione del Dipartimento di Giustizia statunitense, Kovar avrebbe presentato Profit Connect come un’operazione di mining di criptovalute capace di generare rendimenti fissi compresi tra il 15% e il 30% annuo. A rendere particolarmente convincente la proposta contribuiva anche una promessa apparentemente rassicurante: la garanzia di restituzione del 100% del denaro investito.
Il progetto faceva leva sulla presunta presenza di un supercomputer basato sull’intelligenza artificiale, elemento destinato a suggerire agli investitori l’esistenza di una tecnologia avanzata alla base dei guadagni promessi. In realtà, secondo quanto emerso durante il processo, Profit Connect non generava profitti attraverso il mining.
La società avrebbe invece utilizzato il denaro proveniente dai nuovi investitori per effettuare i pagamenti a quelli entrati precedentemente nel progetto, creando così l’apparenza di un’attività redditizia.
Un Ponzi da 24 milioni di dollari
Lo schema avrebbe coinvolto circa 400 investitori, ai quali Kovar avrebbe raccontato anche dell’esistenza di riserve in criptovalute dal valore di centinaia di milioni di dollari. La realtà, secondo il Dipartimento di Giustizia, era molto diversa: Profit Connect non possedeva alcuna riserva di criptovalute e non disponeva delle risorse necessarie per pagare gli interessi promessi o restituire il capitale.
Il meccanismo era quello tipico di uno schema Ponzi. I fondi versati dai nuovi clienti venivano utilizzati per effettuare pagamenti agli investitori precedenti, facendo credere che il denaro fosse stato prodotto attraverso le attività di mining e di verifica delle transazioni in criptovaluta.
Secondo le autorità, il denaro raccolto sarebbe stato inoltre impiegato per diverse spese personali e aziendali, tra cui regali ai dipendenti e l’acquisto di una casa per Kovar.
La giuria lo riconosce colpevole
Profit Connect ha operato dal 2017 al 2021, anni nei quali il mercato delle criptovalute attirava crescente attenzione. In particolare, il Bitcoin raggiunse nel dicembre 2017 un picco superiore ai 19.000 dollari, contribuendo ad alimentare l’interesse verso le nuove opportunità legate al settore.
La giuria del Nevada ha ora riconosciuto Kovar colpevole di 11 capi di imputazione per frode telematica, due per frode postale e due per riciclaggio di denaro. La combinazione delle possibili pene previste per i diversi reati porta a un massimo complessivo di 280 anni di carcere.
La condanna definitiva è prevista per il 30 novembre. Resta invece da chiarire se e in quale misura gli investitori coinvolti riusciranno a recuperare il denaro perso.
Il precedente di BitConnect
Il caso Profit Connect non rappresenta un episodio isolato nella storia delle truffe legate alle criptovalute. Nel 2017, infatti, un altro schema aveva attirato migliaia di investitori promettendo rendimenti garantiti.
Si tratta di BitConnect, che fino al 2018 aveva proposto agli utenti un sistema apparentemente basato sull’investimento e sul trading di criptovalute. Secondo le accuse delle autorità, tuttavia, il denaro depositato non veniva utilizzato per le attività promesse, ma trasferito verso portafogli digitali controllati dall’organizzazione. Le perdite per gli investitori retail sono state stimate in circa 2 miliardi di dollari.
Quando la tecnologia diventa uno strumento per la truffa
La vicenda di Kovar mostra come termini legati alle tecnologie emergenti possano essere utilizzati per rendere più credibili proposte di investimento fraudolente. Nel caso di Profit Connect, riferimenti a AI, supercomputer e mining di criptovalute accompagnavano promesse di rendimento particolarmente elevate e una garanzia totale sul capitale.
Lo schema, secondo la ricostruzione giudiziaria, non aveva però alla base l’attività tecnologica descritta agli investitori. I rendimenti dei primi partecipanti dipendevano invece dal denaro versato da quelli successivi.
Un altro caso, ancora più rilevante per dimensioni, riguarda una truffatrice che tra il 2014 e il 2017 avrebbe sottratto circa 6 miliardi di dollari a vittime in Cina, convertendo il denaro in circa 61.000 Bitcoin. Anche in quella vicenda il recupero dei fondi rimane incerto, nonostante le criptovalute siano state sequestrate dalle autorità.
Fonte: Tom’s Hardware