Da Auburn alla Luna: cento anni dal primo volo del razzo a propulsione liquida

Il razzo di Robert Goddard ha inaugurato un secolo di innovazioni che ancora oggi guidano le missioni spaziali più ambiziose

Redazione
Il razzo a propulsione liquida di Goddard pronto per il primo storico lancio

Esattamente cento anni fa, in un freddo mattino del New England, un piccolo razzo a propulsione liquida si sollevava per la prima volta dalla Terra. A guidare quell’innovazione fu Robert Goddard, professore di fisica e pioniere dell’esplorazione spaziale. Il suo prototipo, affettuosamente chiamato “Nell”, raggiunse i 14 metri di altezza, dando vita a una tecnologia destinata a rivoluzionare la corsa verso la Luna e oltre. Quel volo, breve ma storico, ha segnato l’inizio di un secolo di progressi nella propulsione aerospaziale, con effetti che si avvertono ancora oggi nelle missioni più ambiziose nello spazio.

L’inizio dei razzi a propellente liquido

L’interesse di Goddard per i razzi iniziò da ragazzo, osservando il cielo da un ciliegio e immaginando viaggi verso Marte. Laureato e appassionato, dedicò anni alla progettazione di un motore capace di superare i limiti dei razzi a propellente solido, già esistenti ma inadatti all’uso extra-atmosferico e incapaci di modulare la spinta durante il volo.

La sua soluzione fu un motore a propellente liquido, alimentato da benzina e ossigeno liquido, con la possibilità di regolare il flusso tramite pompe e valvole. Il 16 marzo 1926, “Nell” volò per quasi tre secondi a circa 100 km/h, per poi cadere in un campo di cavoli nella tenuta della zia Effie. Quel piccolo test segnò l’inizio di un’era in cui l’uomo avrebbe potuto esplorare lo spazio.

Una rivoluzione ignorata all’inizio

Il valore dell’impresa non fu immediatamente compreso. I giornali dell’epoca, spesso ironici o scettici, minimizzarono l’evento. Un trafiletto locale parlò semplicemente di “primo volo di un razzo a propellente liquido nel podere della zia Effie”, mentre il New York Times nel 1920 bollava l’idea come impossibile, sostenendo che senza ossigeno il combustibile non avrebbe potuto bruciare.

Solo più tardi, e soprattutto all’estero, la comunità scientifica riconobbe l’importanza della scoperta. La tecnologia di Goddard divenne la base dei programmi missilistici tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale e, successivamente, lo strumento fondamentale per l’esplorazione spaziale civile.

Dal Saturn V ad Artemis: un’eredità ancora viva

I principi introdotti da Goddard si mantennero alla base di tutti i grandi traguardi dell’era spaziale. I razzi a propellente liquido permisero la costruzione del Saturn V, il vettore che portò gli astronauti dell’Apollo 11 sulla Luna nel 1969. Oggi, nonostante lo sviluppo di motori a ioni e tecnologie futuribili, la propulsione chimica liquida resta lo standard per lasciare la Terra.

Le missioni del programma Artemis e i prototipi destinati a Marte utilizzano ancora varianti evolute dello stesso principio: ossigeno liquido combinato con idrogeno o metano, più efficienti della benzina originale di Goddard. Anche la precisione richiesta per l’atterraggio verticale dei razzi riutilizzabili deriva dalle tecnologie ideate nel frutteto del Massachusetts.

Il futuro oltre la bassa orbita terrestre

Oggi, gli ingegneri spaziali continuano a perfezionare motori, valvole, serbatoi e sistemi di controllo digitale, ma la struttura di base resta fedele a quanto ideato da Goddard. Ogni nuovo lancio rappresenta non solo un passo verso Marte o la Luna, ma anche un tributo a quel piccolo razzo che cento anni fa rivoluzionò la possibilità di viaggiare oltre il cielo visibile.

L’importanza storica dei razzi a propulsione liquida

Riconoscere il valore del razzo a propulsione liquida significa capire come ogni tappa spaziale abbia radici in quell’esperimento pionieristico. Ogni nuova evoluzione nella propulsione allarga i confini dell’immaginabile. Ripercorrere questi cento anni sostiene la comprensione del presente e guida le scelte future nell’esplorazione spaziale.

Fonte: Wired

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