Neuralink sbarca in Europa: al via i test nel Regno Unito

Il progetto di Elon Musk entra negli ospedali britannici. Obiettivo: testare il chip Neuralink sui pazienti paralizzati

Redazione

La possibilità di comandare un computer con il solo pensiero non sarà più esclusiva dei pazienti statunitensi: Neuralink ha infatti avviato nel Regno Unito la sua prima sperimentazione clinica sull’uomo. L’azienda fondata da Elon Musk ha ricevuto il via libera dall’autorità regolatoria britannica MHRA per testare la propria tecnologia BCI (interfaccia cervello-computer) su sette pazienti affetti da gravi forme di paralisi, dovute a lesioni del midollo spinale o a patologie neurodegenerative come la SLA.

Il chip di Elon Musk entra nei centri clinici britannici

L’espansione nel Regno Unito non è un caso isolato. Neuralink ha già in programma ulteriori test clinici in Canada e negli Emirati Arabi Uniti, nell’ambito di una strategia di crescita su scala mondiale. L’azienda, fondata nel 2016, ha raccolto finora circa 1,2 miliardi di euro, con un recente round di finanziamento da quasi 600 milioni che ha portato la sua valutazione a circa 8,3 miliardi.

La sperimentazione si svolge in collaborazione con l’University College London Hospitals NHS Foundation Trust e il Newcastle upon Tyne Hospitals, due importanti istituzioni sanitarie britanniche. L’obiettivo è consentire ai pazienti selezionati di interagire con dispositivi digitali senza muovere un muscolo, usando soltanto l’attività elettrica del cervello. È un primo passo concreto verso una nuova forma di comunicazione e interazione digitale per chi ha perso l’uso del corpo.

L’avvio della sperimentazione europea si basa sui risultati ottenuti negli Stati Uniti, dove Neuralink ha cominciato i test umani nel 2024. Il caso più noto è quello di Noland Arbaugh, paziente dell’Arizona, che grazie al chip è riuscito a utilizzare un computer e persino a giocare ai videogiochi solo con la forza del pensiero. Tuttavia, il successo iniziale è stato seguito da un problema tecnico rilevante: l’85% dei filamenti si è scollegato dal cervello, compromettendo le prestazioni del dispositivo.

Neuralink è intervenuta con un aggiornamento software per migliorare la sensibilità nella lettura dei segnali cerebrali, riuscendo a ripristinare parzialmente le funzionalità del chip. Questo episodio ha evidenziato non solo il potenziale della tecnologia, ma anche le difficoltà ancora da superare.

Come funziona il chip N1 e il ruolo del robot chirurgico

Il cuore della tecnologia è il dispositivo N1, un chip grande quanto una moneta da 50 centesimi, impiantato chirurgicamente sotto la teca cranica. Da esso si diramano 128 filamenti ultrasottili, ognuno dei quali contiene micro-elettrodi in grado di captare l’attività elettrica dei neuroni. Questi segnali vengono poi tradotti in comandi, come muovere un cursore o digitare su una tastiera virtuale.

A eseguire l’intervento non è una mano umana, ma un robot: l’R1, progettato internamente da Neuralink. L’impianto è estremamente delicato e richiede una precisione che va oltre le capacità della neurochirurgia tradizionale. I filamenti sono più sottili di un capello umano e devono essere posizionati con estrema accuratezza all’interno del tessuto cerebrale.

Al Telegraph il neurochirurgo Harith Akram, consulente dell’UCLH, ha dichiarato che questa sperimentazione rappresenta “una pietra miliare” per le neuroscienze applicate.

Mentre l’obiettivo immediato è restituire autonomia ai pazienti, la visione di Elon Musk guarda molto più lontano: potenziare le capacità cognitive umane, ripristinare la vista, caricare e scaricare ricordi, e instaurare una futura simbiosi tra cervello umano e intelligenza artificiale. Un orizzonte ancora remoto, ma che ora inizia ad avere fondamenta concrete.

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