Il nuovo volto del tech backlash: perché AI e sorveglianza fanno paura

La protesta contro la tecnologia cambia forma e mette al centro controllo, autonomia, telecamere, AI e data center

Redazione
Staff podcast Decoder riceve feedback sulla tech backlash in vari canali digitali

Immagine copertina generata con l’intelligenza artificiale

Il rapporto tra tecnologia e opinione pubblica sta attraversando una fase particolare. Secondo quanto emerso nell’ultimo episodio di Decoder, il podcast di The Verge condotto da Nilay Patel, il crescente rifiuto verso alcune applicazioni della tecnologia non sembra più concentrarsi soltanto sull’innovazione in sé, ma sulla sensazione che determinate tecnologie vengano imposte alle persone senza lasciare loro un reale margine di scelta.

L’AI e il problema del “software brain”

Uno dei temi centrali della puntata riguarda il concetto di “software brain”, introdotto da Patel in un precedente intervento dedicato all’AI. Il punto di partenza è il crescente entusiasmo dell’industria per sistemi capaci di scrivere software, manipolare database e automatizzare attività. Ma secondo Patel esiste una differenza importante tra ciò che può essere verificato facilmente, come il funzionamento di un programma, e altri ambiti nei quali stabilire se un risultato sia corretto è molto più complesso.

Il confronto si estende anche alle interfacce. Il linguaggio naturale può rendere i computer più accessibili, ma non rappresenta necessariamente un sostituto perfetto dei comandi tradizionali. Patel cita il proprio utilizzo di Wispr Flow, spiegando che deve comunque modificare ogni testo prodotto dall’AI, perché il sistema tende a interpretare e formattare i suoi pensieri in maniera diversa da quella desiderata.

Il problema, quindi, è anche quello della perdita di precisione. Un pulsante o un comando impartito attraverso un’interfaccia tradizionale producono un’azione deterministica; parlare con un agente AI introduce invece una componente non deterministica e potenzialmente soggetta a errori. Per Patel, queste due modalità dovranno probabilmente convivere.

Dall’AI alle telecamere: cresce il timore dell’imposizione

La stessa dinamica viene individuata nel crescente dibattito sulla sorveglianza tramite telecamere, compresi i sistemi Flock. Patel si dice sorpreso dal fatto che la questione abbia assunto una dimensione trasversale agli schieramenti politici, con iniziative anche in comunità tradizionalmente repubblicane contro alcune reti di videosorveglianza.

Il confronto con il passato è significativo. Patel ricorda come le esperienze politiche formative della sua generazione siano state segnate dall’11 settembre, dal Patriot Act, dalla militarizzazione della polizia e dalle intercettazioni senza mandato. A suo giudizio, quelle misure non produssero una reazione paragonabile a quella osservata oggi.

Una possibile differenza è la visibilità della tecnologia. Le telecamere sono fisicamente presenti nello spazio pubblico e i cittadini possono collegarle direttamente alla possibilità che i propri movimenti vengano registrati e analizzati dall’AI. Un discorso simile riguarda gli smart glasses dotati di videocamera, percepiti da alcune persone come strumenti particolarmente invasivi.

Il backlash tecnologico supera le bolle degli algoritmi

Nella discussione emerge così una possibile chiave di lettura del nuovo tech backlash: la protesta sarebbe legata soprattutto alla sensazione di subire un’imposizione.

Il ragionamento viene applicato anche ai data center. Se una comunità ritiene di dover accettare nuove infrastrutture pur avendo espresso contrarietà, il conflitto può superare le divisioni politiche tradizionali. Lo stesso accade con sistemi di sorveglianza che registrano le persone senza una scelta individuale diretta.

Patel osserva che questa dinamica potrebbe essere abbastanza forte da attraversare anche la frammentazione prodotta dagli algoritmi dei social network. Secondo la sua lettura, non è semplice convincere una persona che una tecnologia che la osserva direttamente sia positiva attraverso contenuti prodotti o selezionati dagli algoritmi.

L’AI, inoltre, viene spesso percepita come qualcosa che viene portato agli utenti anziché richiesto. Patel cita Google Meet, dove Gemini viene presentato automaticamente all’utente, come esempio di questa dinamica.

Google, editori e il controllo del web nell’era dell’AI

Un altro passaggio riguarda il rapporto tra Google e gli editori. Patel ricorda che, negli ultimi anni, molti publisher hanno costruito una parte del proprio modello di business sul traffico proveniente dal motore di ricerca. Con l’evoluzione delle funzioni AI, però, gli editori lamentano una riduzione dei clic verso i propri siti.

Il tema è diventato ancora più rilevante dopo le dichiarazioni di alcuni publisher sulla possibilità di impedire a Google di indicizzare i loro contenuti. Per Patel, questa potrebbe rappresentare una forma concreta di pressione nei confronti dell’azienda: se il tradizionale scambio tra traffico generato da Google e contenuti messi a disposizione del motore di ricerca non funziona più, gli editori possono intervenire direttamente sulla possibilità di indicizzazione.

Nel corso della puntata viene affrontata anche la posizione di The Verge rispetto a Google. Patel chiarisce che la società proprietaria della testata è coinvolta in contenziosi con Google legati all’advertising e all’AI, sottolineando quindi l’importanza di dichiarare questo rapporto quando si affrontano questi temi.

Il quadro che emerge dalla discussione riguarda dunque una tecnologia sempre più presente nella vita quotidiana, ma anche una crescente attenzione verso controllo, autonomia e possibilità di scelta. È proprio questa percezione dell’imposizione, più che il semplice rifiuto dell’innovazione, a caratterizzare secondo Patel una parte importante dell’attuale reazione contro il settore tecnologico.

Fonte: The Verge

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