L’intelligenza artificiale sfida le lingue perdute: il mistero resta ancora umano

Gli algoritmi accelerano la ricerca sulle scritture antiche, ma senza un punto di riferimento non possono trovare il vero significato

Redazione
Studioso usa AI per analizzare simboli di lingue perdute ai

Decifrare una lingua dimenticata dalla storia è una delle sfide più complesse per linguisti e archeologi. Per oltre un secolo, sistemi di scrittura come il Lineare A della civiltà minoica e la lingua degli Etruschi hanno resistito ai tentativi di interpretazione degli studiosi. Ora anche l’intelligenza artificiale è entrata in questo campo, con la promessa di individuare collegamenti nascosti nei testi antichi.

Gli algoritmi sono infatti capaci di analizzare enormi quantità di dati e trovare schemi difficili da individuare manualmente. Tuttavia, il ruolo dell’AI rimane quello di strumento di supporto, perché riconoscere una sequenza di simboli non significa automaticamente comprenderne il significato.

L’AI analizza le lingue antiche, ma serve ancora l’intuizione umana

Ogni lingua antica realmente decifrata nella storia ha avuto bisogno di un elemento fondamentale: un punto di riferimento. La Stele di Rosetta, ad esempio, permise di confrontare geroglifici egizi e testi conosciuti. Per il Lineare A, invece, questo collegamento manca: il sistema di scrittura utilizzato dai Minoici non ha ancora una relazione confermata con altre lingue note.

La stessa difficoltà riguarda l’etrusco, una lingua utilizzata in Italia prima dell’ascesa dell’Impero Romano. Gli studiosi hanno raccolto alcune parole grazie alle iscrizioni funerarie, ma grammatica e significato profondo restano ancora in gran parte sconosciuti.

L’intelligenza artificiale può intervenire proprio nella fase di analisi preliminare. Gli algoritmi riescono a confrontare migliaia di simboli in pochi minuti, individuando ricorrenze e possibili collegamenti che richiederebbero mesi o anni di lavoro manuale. Tuttavia, la macchina non formula ipotesi da sola: ha bisogno dell’idea iniziale di un ricercatore.

Un caso recente legato al Lineare A mostra proprio questo limite. Un ingegnere informatico autodidatta e appassionato di linguistica ha ipotizzato che una parola sconosciuta presente in un’iscrizione religiosa potesse derivare da una radice semitica collegata al concetto di “abitare”. Attraverso strumenti costruiti con l’AI, ha poi confrontato questa possibilità con l’intero corpus disponibile, arrivando a proporre valori per 40 segni e un lessico di 408 parole.

La teoria, secondo cui il Lineare A sarebbe una lingua estinta appartenente alla famiglia semitica, rimane però oggetto di discussione e necessita di verifiche indipendenti.

Pattern, correlazioni e il limite della comprensione artificiale

Uno dei punti di forza dell’intelligenza artificiale è la capacità di riconoscere pattern linguistici su larga scala. Un modello può individuare simboli ricorrenti, sequenze ripetute o possibili strutture grammaticali molto più rapidamente rispetto a un essere umano.

L’AI può inoltre sfruttare il cosiddetto trasferimento cross-linguistico, cioè la possibilità di utilizzare conoscenze acquisite da una lingua conosciuta per cercare similitudini in una lingua sconosciuta ma collegata. Questo approccio ha dato risultati in casi come l’ugaritico, una lingua semitica estinta dell’Età del Bronzo, perché in quel caso la famiglia linguistica era già identificata.

Il problema nasce quando manca completamente un collegamento esterno. La statistica può trovare somiglianze, ma non può creare un significato dal nulla. Un algoritmo può imparare che determinati simboli compaiono spesso vicini, ma non può sapere automaticamente a quale oggetto, concetto o evento storico facciano riferimento.

Questo aspetto rende particolarmente difficile valutare eventuali nuove scoperte. Nel caso di lingue ancora indecifrate non esistono parlanti nativi, traduzioni certe o confronti diretti con altre fonti. Inoltre, il materiale disponibile è estremamente limitato: l’intero corpus del Lineare A comprende circa 7.500 caratteri, una quantità ridotta che permette a molte ipotesi di trovare coincidenze apparentemente convincenti.

Il futuro della decifrazione passa dalla collaborazione tra uomo e macchina

Nonostante i limiti, l’intelligenza artificiale rappresenta una risorsa importante per lo studio delle lingue perdute. La tecnologia permette di accelerare enormemente attività come il confronto tra iscrizioni, la ricerca di somiglianze e l’analisi di grandi archivi archeologici.

Il valore dell’AI, quindi, non sta nel sostituire linguisti e archeologi, ma nel fornire loro nuovi strumenti. La macchina può suggerire percorsi di ricerca, eliminare ipotesi poco plausibili e mettere in evidenza dettagli difficili da notare.

La vera sfida rimane però quella di distinguere una semplice correlazione statistica da una reale scoperta linguistica. Per questo motivo saranno sempre fondamentali il giudizio degli esperti, la revisione scientifica e un solido confronto storico-archeologico.

Finché non emergerà un nuovo elemento di collegamento per il Lineare A o per l’etrusco, l’intelligenza artificiale resterà un alleato potente ma non decisivo: un assistente estremamente veloce davanti a un enigma che continua ad appartenere soprattutto all’ingegno umano.

Fonte: Ars Technica

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