Lunga vita alla realtà virtuale…grazie agli ologrammi?

Redazione
realtà virtuale

La realtà virtuale stenta a prendere piede a livello consumer anche perché può far star male gli utenti. Gli ologrammi potrebbero aiutare.


Nonostante anni di clamore, i visori per la realtà virtuale non hanno ancora sostituito la TV o gli schermi dei computer come dispositivi di riferimento per la visualizzazione di video.

Tra i motivi risiede quello che la realtà virtuale può effettivamente far star male gli utenti. La nausea e l’affaticamento degli occhi possono presentarsi perché la realtà virtuale crea un’illusione di visualizzazione 3D sebbene l’utente stia effettivamente fissando un display 2D a distanza fissa. La soluzione per una migliore visualizzazione 3D potrebbe risiedere in una tecnologia vecchia di 60 anni restaurata per il mondo digitale: gli ologrammi.

Gli ologrammi offrono una rappresentazione eccezionale del mondo 3D che ci circonda e una prospettiva mutevole in base alla posizione dello spettatore. Consentono all’occhio di regolare la profondità focale per mettere a fuoco alternativamente il primo piano e lo sfondo.

I ricercatori hanno cercato a lungo di creare ologrammi generati dal computer, ma il processo ha tradizionalmente richiesto un supercomputer per sfornare simulazioni fisiche, il che richiede tempo e può produrre risultati meno che fotorealistici. Ora, secondo quanto riporta Big Think, i ricercatori del MIT hanno sviluppato un nuovo modo per produrre ologrammi quasi istantaneamente e il metodo basato sul deep learning è così efficiente che può essere eseguito su un laptop con semplicità, dicono i ricercatori.

La gente in precedenza pensava che con l’hardware di livello consumer fosse impossibile eseguire calcoli olografici 3D in tempo reale“, afferma Liang Shi, autore principale dello studio e studente di dottorato presso il Dipartimento di ingegneria elettrica e informatica (EECS) del MIT. “Si è spesso detto che i display olografici disponibili in commercio saranno disponibili tra 10 anni, ma questa affermazione esiste da decenni“.

Shi crede che il nuovo approccio, che il team chiama “olografia tensoriale”, porterà finalmente quell’elusivo obiettivo di 10 anni a portata di mano. L’avanzata potrebbe alimentare uno spillover dell’olografia in campi come la realtà virtuale e la stampa 3D.

Shi ha lavorato allo studio, pubblicato su Nature, con il consulente e coautore Wojciech Matusik. Altri coautori includono Beichen Li di EECS e Computer Science and Artificial Intelligence Laboratory del MIT, così come gli ex ricercatori del MIT Changil Kim (ora a Facebook) e Petr Kellnhofer (ora alla Stanford University).

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